UN RIFLESSO CHE NON È IL MIO

Tutti noi al giorno d’oggi siamo attenti a come appariamo, all’immagine che hanno gli altri di noi; molto spesso ci curiamo di più del nostro involucro esterno dimenticandoci che dentro siamo molto più belli ma soprattutto unici e per questo dobbiamo avere un nostro posto nel mondo, per questo la nostra vita vale! Un semplice fiocchetto lilla, spillato sul petto, che non da nell’occhio; non si fa notare per il suo colore sgargiante ma anzi, quasi timidamente, si fa largo tra le stoffe delle sciarpe e dei cappotti indossati da donne, uomini, ragazze e ragazzi. Un particolare che sembra solo abbellire un outfit ma che invece nasconde dietro un significato molto più profondo, una lotta dalla quale, coloro che lo indossano, ne sono usciti vincitori ed ora ne mostrano gli onori. Il fiocchetto lilla è il simbolo del disturbo più comune tra i giovani d’oggi ovvero il DCA, Disturbo del Comportamento Alimentare che in Italia, secondo l’ultimo rapporto Eurispes, colpisce oltre 2 milioni di ragazzi tra i 12 e i 25 anni. Generalmente l’anoressia e la bulimia sono definite “malattie rosa” cioè attribuite solo al genere femminile, ma invece questo disturbo colpisce anche una buona percentuale di ragazzi (si registrano 0,02-1,4 casi di anoressia ogni 100.000 persone e 0,8 casi di bulimia) ecco perché il colore che viene scelto per rappresentare questa battaglia è il lilla che racchiude in sé sia il rosa che l’azzurro. Dal 2012 è stata istituita la Giornata Nazionale del fiocchetto lilla il 15 marzo.

 Il Ministero della Salute ha registrato un aumento del 30% dei casi dal 2019-2020, un’epidemia per la quale non c’è una soluzione, diventa virale con lo sviluppo dei social, della rete, delle app di fotoritocco che esaltano un modello estetico di inarrivabile perfezione. È una malattia per cui non c’è una medicina per farti stare meglio, bisogna curare la testa perché come afferma la dottoressa Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta che dirige il centro Palazzo Francisci a Todi “è un disturbo dal quale si guarisce, se si sceglie di guarire”. L’anoressia, la bulimia, l’ortoressia sono tutte malattie diverse ma accomunate dal fatto che divorano la vita di chi ne soffre perché il tutto inizia con il rifiuto del cibo poi si passa alle abbuffate seguite dal vomito e se non basta ci sono anche i lassativi che ti svuotano completamente. “Un altro chilo ancora, era il ritornello che sostituiva la pasta asciutta” così Elena Dilmori, protagonista del libro di Alessandra Arachi intitolato Briciole, ha iniziato il suo travaglio. (A. ARACHI, Briciole, Feltrinelli, 2015, pag. 11) Sono patologie autodistruttive che deformano la percezione che si ha di sé, si innesca un cortocircuito che ti divora l’anima, un vuoto che sembra incolmabile. “Ogni giorno è scandito da una serie di numeri: quelli dei chili che segna la bilancia, quelli delle calorie contenute in ogni singolo alimento; ogni giorno è diverso: stati d’animo alternanti, risultati raggiunti o traguardi mancati” così descrive la sua malattia la prima ragazza intervistata da Fiorenza Sarzanini, vice direttore del Corriere della Sera, nel suo podcast Specchio, dove si affronta tale tema non solo tramite le testimonianze di diversi ragazzi che hanno combattuto questa battaglia ma anche da medici che li aiutano ogni giorno a sconfiggerla. Il peso diventa così un’ossessione, la bilancia è come la coperta di Linus, ovvero qualcosa di cui non si può fare a meno, lo specchio complice nel processo di autodistruzione e il cibo un concentrato di zuccheri, grassi, carboidrati da cui fuggire. Il riflesso che si ha di sé non è reale: ci si guarda e non ci si riconosce; anzi più il peso scende, più l’ossessione aumenta e si entra così un vortice che ti risucchia dentro, dal quale non è facile uscire. “Guardare l’ago della bilancia oscillare intorno ai 30kg suscitò in me un misto di gioia, soddisfazione e paura. Da molti mesi avevo dimenticato il sapore delle emozioni”. (A. ARACHI, Briciole, Feltrinelli, 2015, pag. 25) Il corpo parla, diventa un messaggio di aiuto e vuole comunicare e gridare ciò che la mente nega. Il bisogno di attenzioni, la necessità di urlare il dolore che si prova, esternare tutto ciò che ti divora, viene soffocato da una volontà forte, da una mente di ferro che non vuole cedere all’obiettivo che si è posta, che non sarà mai un punto di arrivo ma un punto di partenza per raggiungerne un altro; intanto il corpo diventa sempre più esile, più scheletrico ed è lui a confessare il malessere che si vuole celare. “Aspettavo tutto il giorno l’ora dei pasti, il momento in cui mia madre sarebbe arrivata a tavola con i vassoi fumanti (…) e pronunciare “No, grazie” diventava il trionfo della volontà”. (A. ARACHI, Briciole, Feltrinelli, 2015, pag.16) Combattere tutto ciò non è affatto semplice: c’è chi ce l’ha fatta e chi questa battaglia l’ha persa perché il corpo non è riuscito a resistere. Sono malattie che, come tante altre, hanno la necessità di essere scoperte nel giro di un periodo di tempo molto breve (6/7 mesi) per far sì che questo meccanismo si possa più facilmente debellare. In questi casi bisogna completamente affidarsi a chi questo male lo conosce e lo sa combattere: ospedali, centri privati che con il supporto un’equipe intera di medici, infermieri, psicologi possa far recuperare una serenità con sé stessi e con gli altri ormai persa. Chi come Sebastiano Ruzza, protagonista del secondo episodio del podcast Specchio, è riuscito poi a rialzarsi da questo vortice, ci dà la testimonianza che l’uscita dall’ospedale o dal centro non è affatto la fine della battaglia perché poi è lì che metti alla prova te stesso e la tua mente. “Esci dall’ospedale perché stai meglio ma sai di non essere completamente guarito; vedi la luce in fondo al tunnel ma sai che devi fare ancora un tratto di strada per uscire. La fatica è ancora tanta”. L’aiuto di parenti e amici è sicuramente indispensabile ma questa lotta deve essere compiuta in autonomia e con ma soprattutto per sé stessi; per tornare a vedere la vita a colori, per guardarsi allo specchio ed essere soddisfatti della bellezza che siamo esternamente ma soprattutto internamente, la gioia di riassaporare la vita in tutto e per tutto, quel senso di libertà che ci rende vivi. “Ero infelice, non vivevo più la mia vita in modo sereno come avevo sempre fatto, avevo perso il sorriso e di questa cosa me ne sono resa conto solo dopo esserne uscita”. Quel dopo di cui mi ha raccontato Martina, una mia grande amica che è riuscita a sconfiggere questo mostro, è stato per lei un prendere atto della bellezza che era e che è anche con due chili in più, anche con le smagliature, anche con i fianchi grossi che non ha mai sopportato. Si è resa conto che quel sorriso sul suo volto e nelle persone che la circondavano era sparito e per questo lei ha combattuto. Si è guardata allo specchio e si è detta: “Marti da oggi si cambia” e da quel momento si è rialzata ma soprattutto accettata. È grazie alla sua forza e alla sua determinazione che oggi Martina è una donna fiera, forte, risoluta; è grazie a quella fragilità che oggi può dire:” Io sono bella così come sono”.

MONICA LUPI