TITO LABIENO: IL LEGATO CHE TRADÌ CESARE

Tito Labieno, luogotenente di Cesare in Gallia e probabilmente originario di Cingoli, è ricordato dagli autori antichi per aver tradito il comandante romano in favore di Pompeo. Tra biasimo e interpretazioni morali, un compendio delle azioni e delle scelte di uno dei personaggi minori della storia romana.

Nel 58 a.C. Cesare veniva nominato proconsole e gli veniva conferito l’imperium sull’Illiria e sulla Gallia Cisalpina e Transalpina. Incominciava, di conseguenza, l’avventura della guerra gallica, che si sarebbe conclusa solo nel 52 a.C. con l’assedio di Alesia e la resa di Vercingetorige. 

Cesare, al quale erano state assegnate quattro legioni, scelse i suoi luogotenenti: i loro nomi ricorrono continuamente nel De Bello Gallico e,tra di loro, emerge quello di Tito Labieno.

Esponente della gens Labiena originaria del Piceno, Tito Labieno sembrerebbe legato alla città marchigiana di Cingoli. Seppur non esistano ad oggi testimonianze archeologiche o epigrafiche che la indichino come suo luogo di nascita, sia i Punica di Silio Italico che lo stesso Cesare sostengono l’esistenza di questo legame. Si legge, infatti, nel De Bello Civili:

Etiam Cingulo, quod oppidum Labienus constituerat suaque pecunia exaedificaverat                                                                                                                             (Cesare, Bellum Civile, I, 15)

[Giungono a lui dei legati anche da Cingoli, città che Labieno aveva colonizzata e costruita con il proprio denaro]

In realtà Labieno non fece costruire Cingoli, ma probabilmente le fece acquisire la fisionomia di città per ottenere la concessione dello statuto municipale: un mecenate, evidentemente, che investì le proprie ricchezze nella sua terra di origine. Stavolta, l’esistenza di un nucleo abitativo organizzato di Cingulum è testimoniata dall’iscrizione in arenaria CIL IX, 5679 del III secolo a.C. – oggi conservata a Palazzo Simonetti a Cingoli – in cui sono menzionati i magistri Terebius et Vibolenus (G. Paci, Per la storia di Cingoli e del Piceno settentrionale in età romana repubblicana, 1986 e «https://www.antiqui.it/doc/archeologia/rom/iscrizioni.htm»).

La data di nascita di Labieno, invece, si colloca approssimativamente intorno al 99 a.C. Questa informazione può essere desunta, soprattutto, dalla sua carriera politica ma anche attraverso un passo di Cicerone. Nell’orazione Pro Rabirio – difeso da Cicerone dall’accusa di Labieno di aver ucciso Lucio Saturnino e Quinto Labieno – infatti, ci viene offerto un terminus post quem della sua data di nascita: alla loro morte, nel 100 a.C., Tito Labieno non era ancora nato.

Nel 63 a.C., invece, ricoprì il ruolo di tribuno della plebe e probabilmente, tra il 61 e il 59, anche quello di pretore – dal momento che è proprio Cesare a citarlo come legatus pro praetore. Considerando che l’età minima per ricoprire questa carica era di quarant’anni, ecco il 99 a.C.

Autore ignoto, Ritratto ideale di Tito Labieno, 1636, Pinacoteca Comunale di Cingoli

            È curioso, ora, notare come Cesare abbia scelto, tra i suoi uomini di fiducia, anche un personaggio la cui carriera politica ebbe inizio tra le schiere di Pompeo, che aveva infatti origine e possedimenti nel Piceno. Probabilmente tale decisione dipese anche «da un accordo con Pompeo stesso, il quale intendeva continuare a controllare il suo pericoloso alleato-rivale» (A. Ramini, Tito Labieno, legato di Cesare, 1984). Di fatto, nel 58 a.C., quando gli Elvezi iniziarono ad occupare le rive del Rodano, Tito Labieno assunse il comando delle fortificazioni al fianco di Cesare.

In questa occasione e per la prima volta, il luogotenente viene citato anche nel De Bello Gallico:

Ob eas causas ei munitioni quam fecerat T. Labienum legatum praeficit

(Cesare, Bellum Gallicum, I, 10)

[Perciò pose a capo della linea di difesa già fatta il luogotenente Tito Labieno]

Labieno risultò, poi, impegnato in varie campagne contro le popolazioni galliche e le sue azioni, spesso, si rivelarono decisive. Fu a capo degli accampamenti invernali in assenza di Cesare, dopo la campagna contro i Germani di Ariovisto; nel 57 a.C. attaccò le retroguardie nemiche dei Belgi, prima, e giunse in aiuto di Cesare contro i Nervii, poi; nel 55 affrontò i Morini con le legioni ricondotte dalla Britannia; nel 53 si scontrò ripetutamente con i Treveri.

Contro Vercingetorige, nel 52, ottenne un comando pari a quello di Cesare. Durante la battaglia di Alesia, inoltre, portò soccorso alle legioni contro gli Arverni e questa iniziativa si rivelò determinante per l’esito dello scontro.

            Tra il 51 e il 50 a.C. l’intera Gallia era ormai conquistata, ma i rapporti con Pompeo si facevano sempre più tesi. Cesare, rientrato nella Gallia Narbonese, lasciò al legato il comando della Cisalpina. Nel frattempo, però, avevano iniziato a circolare molte voci riguardo la lealtà di Labieno.

In questa occasione e per l’ultima volta, il luogotenente viene citato nel De Bello Gallico:

 Ibi quamquam crebro audiebat Labienum ab inimicis suis sollicitari certiorque fiebat id agi paucorum consiliis, ut interposita senatus auctoritate aliqua parte exercitus spoliaretur, tamen neque de Labieno credidit quidquam neque contra senatus auctoritatem ut aliquid faceret potuit adduci.

(Cesare, Bellum Gallicum, VIII, 52)

[Allora, pur sentendo spesso dire che Labieno era sobillato dai suoi avversari e avvertito che ciò avveniva per volere di pochi, affinché, se vi fosse stato un intervento del Senato contro Cesare, egli fosse privato di qualche parte dell’esercito, non prestò fede a ciò che si diceva di Labieno e non si lasciò indurre a fare alcunché contro l’autorità del Senato]

Nei giorni successivi al passaggio del Rubicone, Labieno passò tra le fila di Pompeo.

 COMMEMORAZIONE TITO LABIENO, 2000, «www.circolofilateliconumismaticocingoli.it»

            Se nel primo commentario viene nominato quarantuno volte, nel De Bello Civili si incontra il nome di Labieno solamente cinque volte. Inoltre, Cesare lo presenta come un personaggio a lui quasi indifferente: in realtà, omettendo qualsiasi riferimento alla sua figura e alle sue azioni, si conferma il fatto che probabilmente ebbe ruoli di comando che contribuirono ad alcune delle vittorie di Pompeo – ad esempio, nel 48 a.C. a Dyrrhachium.

Tuttavia, Cesare, nel raccontare cosa avvenne nel campo di Pompeo prima dello scontro decisivo a Farsalo, concede la parola proprio a Labieno: nel suo discorso si ripercorrono alcuni degli avvenimenti successi poco prima in Gallia.

            La vita di Labieno si concluse nel 45 a.C. a Munda – in Spagna –, dove i superstiti pompeiani si scontrarono per l’ultima volta con i cesariani. Fu un involontario errore a determinare il suo destino: il tentativo di difendere il proprio campo dal saccheggio del re Bogud, alleato di Cesare, sembrò all’esercito pompeiano un tentativo di fuga. Questo provocò paura e confusione, di cui subito la resistenza nemica si approfittò. Tra i cadaveri, alla fine dello scontro, si ritrovò anche quello di Labieno, la cui testa venne portata trionfalmente a Cesare.           

COMMEMORAZIONE TITO LABIENO, 2000, «www.circolofilateliconumismaticocingoli.it»

            A causa della sua defezione, Labieno viene presentato da quasi tutti gli autori latini in maniera avversa. Solamente Cicerone ne elogiò l’importanza nella schiera di Pompeo, nominandolo addirittura nelle epistulae indirizzate alla moglie Terenzia e alla figlia Tullia. Rivolgendosi all’amico Tirone, inoltre, lo definì un heros per essersi moralmente rifiutato di diventare complice dello scelus compiuto da Cesare (Ad familiares, XVI, 12, 4).

Al contrario Lucano, che nella sua Pharsalia lo definì un «vile disertore» (vv. 345-347), o Cassio Dione. Quest’ultimo, però, fu anche l’unico a tentare di fornire una spiegazione psicologica della sua azione: «ottenuta ricchezza e gloria, aveva cominciato a condurre una vita gonfio di potere, ma Cesare, essendosi reso conto che si paragonava a lui, non lo aveva più guardato con lo stesso affetto. Labieno, non sopportando dunque questo cambiamento e temendo per sé stesso, lo abbandonò» (Cassio Dione, Historia Romana, XLI, 4).

            Per concludere, non è da dimenticare che la scelta compiuta da Labieno è da considerarsi anche come «un tornare al proprio partito, dal quale, forse non si era mai neppure allontanato» (A. Ramini, Tito Labieno, legato di Cesare, 1984). Durante le guerre galliche, infatti, fu indubbiamente fedele a Cesare, ma – divenutogli nemico – combatté contro di lui, in obbedienza alle antiche tradizioni familiari di amicizia verso Pompeo.

               

Bibliografia e sitografia

-Alfieri Nereo, Labieno, Cingoli e l’inizio della guerra civile nel 49 a.C., in Cingoli dalle origini al sec. XVI. Contributi e ricerche, Atti del XIX convegno di Studi Maceratesi, Cingoli 15-16 Ottobre 1983, a cura di «Studi Maceratesi», n. 19 (1986), pp. 111-130

-Paci Gianfranco, Per la storia di Cingoli e del Piceno settentrionale in età romana repubblicana, in Cingoli dalle origini al sec. XVI, cit., pp. 75-110

-Ramini Antonio, Tito Labieno, legato di Cesare, in «L’Ippogrifo», n. 1, I (1984), pp. 7-10, open access «https://liceoclassicojesi.edu.it/collezioni-e-produzioni/ippogrifo/»

Tito Labieno in «https://www.antiqui.it/doc/personaggi/titolabieno.htm»

Di Valentina Pietrangeli