Piccola storia del fauno – seconda parte

Prima parte: https://ilguerrinmeschino.com/2021/09/16/piccola-storia-del-fauno/

Presso gli antichi, la percezione che si aveva del fauno ha avuto una metamorfosi frutto delle influenze tra le società greca e romana e il successivo avvento del Cristianesimo: da divinità autoctona dei boschi a creatura antropomorfa e semidivina, poi di nuovo divinità, ma del male, rappresentazione delle più becere caratteristiche di Satana. In questo articolo si cercherà di approfondire un tema trattato velocemente nel precedente: il modo in cui il fauno viene recepito dalla cultura moderna a partire dall’alto medioevo.

Come si è accennato, il declino della reputazione del fauno va considerato come una diretta conseguenza dell’avvento della cultura cattolica, che non ne vedeva di buon grado la lascivia e la capacità di generare incubi (in realtà, già l’idea dell’incubo è una negativizzazione: in origine Fauno dava responsi tramite i sogni, quindi da considerarsi incubi solo se era negativo il responso). Le nuove concezioni riguardo il fauno vengono fissate grazie all’auctoritas di San Girolamo, che descrive la creatura in un passo della “Vita Sancti Pauli primi eremitae”, ripreso da Isidoro nelle “Origines” (XI, III, 21) e posto sotto la voce Satyri: si parla di grandi omuncoli con il naso adunco, corna sulla fronte e parte inferiore del corpo con fattezze di capra (“Nec mora, inter saxosa convallem haud grandem homunculum videt, aduncis naribus, fronte cornibus asperata, cuius extrema pars corporis in caprarum pedes desinebat”, cit. dalla “Vita” tratta dal Liber monstrorum. Introduzione, edizione, versione e commento a cura di Franco Porsia, Dedalo libri, 1976). San Girolamo poi, traducendo la Bibbia, nel passo della caduta di Babilonia (Isaia 13, 21: “Ma vi si stabiliranno le bestie selvatiche, i gufi riempiranno le loro case, vi faranno dimora gli struzzi, vi danzeranno i satiri”) traduce il termine greco seirim con il latino pilosi, per poi darne spiegazione nel “Commentarium in Isaiam”, descrivendo i satiri come omuncoli selvaggi e creature appartenenti al genere dei demoni (“Pilosi saltabunt ibi, vel incubones, vel satyros, vel silvestres quosdam homines, quos nonnulli fatuos ficarios vocant, aut daemonum genera intellegunt”, citazione dal Liber monstrorum, ed cit.). 

Grazie, dunque, all’autorità della volgata e delle opere scritte da Girolamo, il fauno divenne una sorta di incarnazione del diavolo, un demone generatore di pensieri maligni e presagi funesti (Liber monstrorum, ed. cit.). L’iconografia seguì a ruota l’immaginario comune: nei bestiari, i contenitori del sapere medievale riguardo il mondo animale e botanico, sono generalmente contenute le stesse informazioni di cui sopra.

Illustrazione da uno dei bestiari più famosi, il “Bestiario di Aberdeen”, risalente al XII secolo.

Dopo l’anno Mille gli artisti, forse influenzati dalla repulsione dell’ambiente cattolico, parlano del fauno perlopiù per condannarne le azioni, e sempre in contesti di citazione classica: Dante, ad esempio, nel primo canto del Paradiso invoca Apollo chiedendo ispirazione per la materia così elevata, ma rifugge la presunzione di sfidare la divinità proprio sull’esempio di Marsia, il satiro che secondo il racconto di Ovidio (Met. VI, 382 – 400) venne scorticato da Apollo perché aveva osato sfidarlo in una gara musicale: 

“(…) Entra nel petto mio, e spira tue

sì come quando Marsia traesti

dalla vagina delle membra sue. (…)”

(Par. I, vv. 19 – 21)

Altra citazione dalle Metamorfosi di Ovidio (VII, 795 – 862) è la “Morte di Pocri”, il dipinto di Piero di Cosimo risalente al 1495 che rappresenta la morte della ninfa Pocri a causa di un errore del suo amato Cefalo. In Ovidio, in realtà, Cefalo è descritto come un uomo comune, mentre Piero di Cosimo si fa portavoce di una tradizione che dalla seconda metà del Quattrocento vuole l’uomo con le fattezze di un fauno: il motivo di questa attribuzione, probabilmente, va ricercato nella mala fama che Cefalo si era costruito dopo la fatale negligenza. Agli occhi della società rinascimentale, evidentemente, era diventato poco raccomandabile come un fauno.

Morte di Pocri, Piero di Cosimo, National Gallery, Londra, 1495 circa.

Con i simbolisti francesi, invece, nel tardo Ottocento, il fauno diventa una figura esotica in grado di assecondare uno stile visionario che non punta al racconto della realtà, ma solo alla trasmissione di sensazioni profonde, come accade in “Testa di fauno”, componimento giovanile di Arthur Rimbaud. Stéphane Mallarmé, nel “Pomeriggio d’un fauno” del 1876 (da cui è stato tratto il poema sinfonico di Debussy e il balletto di Nižinskij), rielaborazione della “Improvvisazione d’un fauno” dell’anno precedente, pur riproponendo il tema del sogno anticamente legato alla divinità silvestre, lo rovescia, facendo sognare il fauno e facendogli raccontare le avventure erotiche che ha avuto, o che ha sognato di avere (“Quelle ninfe, le voglio perpetuare. / Così chiaro, / il leggero incarnato che nell’aria / assopita da folti / sonni volteggia. / Dunque ho amato un sogno?” da Poesie, Stèphane Mallarmé, edizione a cura di Luciana Frezza, Milano, Feltrinelli, 2021):

ÈGLOGUE

Le Faune

Ces nymphes, je les veux perpétuer.

Si clair,

Leur incarnat léger, qu’il voltige dans l’air

Assoupi de sommeils touffus.

Aimai-je un rêve?

(…)

Più o meno coevo all’esperienza simbolista, il Satiro Barbuto nella “Nascita della tragedia” (1892) di Nietzsche, un essere naturale immaginario che rappresenta lo stato primordiale della società, ha lo scopo di rappresentare l’unica possibilità di liberazione dalla gabbia di illusioni e falsità che la civiltà ha costruito, soffocando le pulsioni vitali primitive dell’umanità.

È necessario, in ultima battuta, un rapido scorcio sulla figura del fauno al cinema, la grande invenzione artistica del Novecento. La prima presenza della creatura sul grande schermo si deve a Febo Mari, autore nel 1917 del film muto “Il fauno”, nel quale una statua con fattezze mezzo caprine prende vita nel sogno della modella, sola nello studio di uno scultore, e la insegue. Una volta riuscito nell’intento di corteggiarla e farla sua, lo si vede persino accusare gli uomini di essere tutti delle bestie dal cuore in giù, quindi non troppo differenti da lui che è considerato un mostro. Ritornano in primo piano gli originari temi tipici legati al fauno, ovvero il sogno e la lascivia nei confronti delle fanciulle.

Il sogno è un tema centrale anche nel “Labirinto del fauno” (2006) del regista spagnolo Guillermo del Toro, seconda parte di una trilogia incompiuta che avrebbe dovuto trattare della guerra civile spagnola. Del Toro rende il fauno uno spaventoso guardiano del mondo sotterraneo, il regno “dove la bugia e il dolore non hanno significato” (dal monologo iniziale del film) frutto della fantasia della protagonista, Ofelia, costretta a usare l’immaginazione per evadere dalle difficoltà della vita e dalla cattiveria di Vidal, nuovo marito della madre e generale impegnato nella lotta contro gli ultimi ribelli al regime franchista.

Oltre alla rapida comparsa di un gruppo di fauni suonatori di flauto nel sesto segmento narrativo di “Fantasia”, il primo classico Disney del 1941, guardando nella galassia di Walt Disney è possibile individuare un fauno in “Hercules” del 1997: è un vecchio satiro in pensione intento a corteggiare ninfe Filottete, mentore del protagonista alla ricerca di sé stesso, ridestato dal mestiere di addestratore di eroi come voluto anche dalla mitologia. La lascivia del satiro Filottete però, in questo caso, viene soddisfatta alla fine della pellicola, quando riceve il bacio appassionato di Afrodite.

In conclusione, si noti come il fauno mantenga, negli anni, alcune caratteristiche tipiche del suo essere, come l’appartenenza ad un mondo pastorale, la lascivia ricorrente e il forte legame con il mondo onirico, pur ripresentandosi ogni volta nuovo e con una sfumatura diversa da conservare nel tempo.

FEDERICO SENARIGHI