STRADA FACENDO: UN RACCONTO TRA LETTERATURA E MUSICA 

Come sarebbe un libro se venisse raccontato tramite le canzoni moderne italiane? 

La storia che ho deciso di trattare è quella di Olga, moglie devota, amante appassionata, madre troppo permissiva e nonna rigida, personaggio del romanzo di Susanna Tamaro in Va dove ti porta il cuore. Il filo rosso che attraversa l’opera è il racconto autobiografico che Olga decide di fare alla nipote Marta, trasferitasi da poco in America e con la quale aveva litigato poco prima di partire.

La donna, in seguito alla diagnosi medica, aveva saputo che le era rimasto poco tempo da vivere e decide di scrivere una lunga lettera alla nipote con l’intento di lasciarle qualcosa che non fosse un bene materiale ma un insegnamento di vita. Non era un semplice testamento, ma il racconto intimo di tutta la sua vita, di tutti gli episodi che l’avevano segnata e che per la prima volta a cuore aperto era riuscita a confessare, “qualcosa che ti segua negli anni, qualcosa che potrai leggere ogni volta che sentirai il bisogno di avermi vicina” (S. TAMARO, Va dove ti porta il cuore, 2001, p. 18) “Ho lasciato troppi segni sulla pelle già strappata, non c’è niente che si insegni prima che non l’hai provata. Sono andato sempre dritto come un treno, ho cercato nel conflitto la parvenza di un sentiero”.

Tramite le parole di Michele Bravi, in Il diario degli errori, riconosco le sofferenze di Olga, una donna che ha subìto troppo nella sua vita: un padre che non le ha permesso di studiare in quanto donna, una madre poco affettiva, un marito che non la trattava da moglie ma da amica, la lontananza dal suo vero amore Ernesto, la morte prematura della figlia Ilaria e il distacco dalla nipote Marta. Nonostante tutto questo, la donna ha sempre cercato di vedere oltre, c’era sempre qualcosa che la portava di nuovo sulla carreggiata e che la costringeva a riprendere il cammino. Marta è stata l’ultima sfida che Olga ha dovuto affrontare e che sente di aver perso: “Tu non sopportavi le mie lacrime ed io non sopportavo la tua improvvisa durezza” (p. 20). Si stavano scontrando due generazioni troppo distanti per riuscire a trovare un giusto compromesso e la nonna aveva paura che non sarebbero riuscite più a chiarire, a riappacificarsi. “Tornerò meno fragile e resterò alla finestra mentre un altro giorno passa in fretta (…) E dimmi se a volte poi mi cerchi tra la gente e se è soltanto pioggia o sono lacrime. Allungo le mie mani ma tu sei distante”.

Ritrovo il dolore di Olga nelle parole di Alessandra Amoroso, in Urlo e non mi senti, e allo stesso tempo la speranza che anche la nipote la stesse pensando, le dà quella motivazione in più per aprirsi totalmente a lei e vuole lasciarle la testimonianza che, come dice Marco Mengoni in Le cose che non ho, “Appena sotto la superficie c’è tutto quello che ho di te. So che non si torna indietro mai, lo so io, lo sai tu; ma se dovessi cambiare idea io, sarò qui”. “Lungo i bivi della tua strada incontri le altre vite, conosciute o non conosciute, viverle a fondo o lasciarle perdere dipende soltanto dalla scelta che fai in un attimo; anche se non lo sai, tra proseguire dritto o deviare spesso si gioca la tua esistenza, quella di chi ti sta vicino” (p. 62). Di vite Olga ne aveva incontrate tante e in mezzo a queste aveva incrociato gli occhi e la gentilezza di Augusto: egli era stato il primo uomo ad averla corteggiata e che l’aveva fatta sentire apprezzata, l’uomo che aveva deciso di sposarla nonostante fosse una donna sui generis, l’uomo che piaceva tanto ai genitori, l’uomo al quale Olga avrebbe potuto dedicare le parole di Biagio Antonacci, in Convivendo: “io ci voglio credere, e tu? (…) Io ci voglio vivere, convivendo”. Il loro rapporto però era un’amicizia, un legame che non andasse, appunto, oltre ad una pacifica convivenza; non condividevano interessi né il letto, ma solo istanti di vita quotidiana. Olga si era quindi convinta e rassegnata che la vita per lei non avesse messo in conto un amore folle, uno di quelli che ti rubano il cuore e la mente. “Sai qual è un errore che si fa sempre? Quello di credere che la vita sia immutabile, che una volta preso un binario lo si debba percorrere fino in fondo. Il destino invece ha molta più fantasia di noi. Proprio quando credi di trovarti in una situazione senza via di scampo, quando raggiungi il picco della disperazione massima, con la velocità di una raffica di vento tutto cambia, si stravolge e da un momento all’altro ti trovi a vivere una nuova vita” (p. 129).

Questo insegnamento lo aveva imparato sulla sua pelle: proprio quando meno se lo aspettava l’amore aveva incrociato la sua strada, quell’amore di nome Ernesto. Una storia senza dubbio diversa da quelle che vengono raccontate nelle fiabe, una di quelle che ha a suo modo un lieto fine ma che non comprende il “vissero per sempre” insieme felici e contenti. La società dei primi anni Novanta di certo non poteva concepire il divorzio né tanto meno una doppia vita; quindi, furono sempre costretti a viversi nell’ombra, all’oscuro da tutti. “L’avresti detto ieri che oggi siamo qua con tutta l’anima. Noi adesso due emozioni che si danno pace e il permesso di conoscersi profondamente. Con le braccia aperte, nude ad accoglierci, solo chi ha paura mette limiti: Orgogliosamente noi” (Noi, Eros Ramazzotti). Mi piace immaginare che queste parole Ernesto le abbia potute dedicare alla sua amata Olga alla quale non aveva solo regalato una rinascita come donna ma anche come madre perché da quell’amore taciuto era nata Ilaria. Prima di Ernesto l’aveva vagheggiata solo per rientrare pienamente nel canone della “moglie perfetta”. La consapevolezza di aver messo al mondo una figlia nata dall’amore puro e semplice le aveva dato uno scopo nella vita, una nuova missione: crescerla bene ma soprattutto diversamente da come era stata educata lei. “Magari un giorno avremo un posto anche nascosto oppur distante dalle tante astanterie in cui riposano gli amori ormai in disuso, quelli non storici, di cui nessuno parlerà. E rivela il tuo sorriso in una stella, se vorrai per stasera andrebbe bene anche così e non servirà più a niente la felicità, più a niente anche la fantasia, mi accontenterò del tempo andato. Soffierà nel vento una lacrima che tornerà da te per dirti ciao!” (Per dirti ciao, Tiziano Ferro).

Possono essere queste le parole che Olga ha dedicato al suo Ernesto non appena è venuta a conoscenza che era morto in un incidente, schiantato su un albero vicino alla strada. Quella perdita aveva portato Olga a un profondo sconforto e ad un completo distacco da tutto ciò che le ricordasse lui, compresa Ilaria che dovette crescere da sola. Era stato, forse, proprio l’abbandono precoce della madre a darle tanto dolore e a farle perdere la strada ancora prima che la trovasse. “Ti brucerai piccola stessa senza cielo, ti mostrerai, ci incanteremo mentre scoppi in volo. Ti scioglierai dietro a una scia, un soffio, un velo. Ti staccherai perché ti tiene su soltanto un filo.” Una piccola stella senza cielo, così possiamo definire Ilaria tramite le parole di Luciano Ligabue. Nonostante gli studi, la maternità e la nascita di Marta non era mai riuscita a trovare il suo centro e dopo aver scoperto il segreto mai rivelato di Olga su chi fosse il suo vero padre, niente aveva più senso, e nella fase più acuta della sua perdizione era finita fuori strada ed era morta sul colpo. Ilaria, senza aver mai conosciuto il padre, si era unita a lui nella morte. “Mi sembrava che quella minima parte di cose che avevo compreso fino ad allora fosse stata cancellata in un colpo solo (…) la vita eri tu (…) il caso mi aveva dato ancora una possibilità” (p. 54). Olga, quindi, voleva che quest’ultima possibilità non andasse sprecata: sapeva di non aver abbastanza tempo per rimediare e per questo si stava confessando alla nipote, non perché questa la compatisse ma perché provasse a capirla. “Non molto tempo fa ho letto un motto degli indiani d’America che diceva: «Prima di giudicare una persona cammina per tre lune nei suoi mocassini». (…) Viste dall’esterno molte vite sembrano sbagliate, irrazionali, pazze. Finché si sta fuori è facile fraintendere le persone, i loro rapporti. Soltanto da dentro, soltanto camminando tre lune con i loro mocassini si possono comprendere le motivazioni, i sentimenti, ciò che fa agire una persona in un modo piuttosto che in un altro. La comprensione nasce dall’umiltà non dall’orgoglio del sapere. Chissà se infilerai le mie pantofole dopo aver letto questa storia?” (p. 168).

Non sapremo mai se Marta abbia indossato quelle pantofole, come abbia potuto reagire alle parole della nonna, se l’abbia mai perdonata, se i consigli che le ha lasciato le hanno insegnato qualcosa; ma possiamo pensare che le ultime parole di Olga siano state quelle di Laura Pausini, in Le cose che vivi: “E non c’è distanza, non ce n’è abbastanza se tu sei già dentro di me per sempre. In qualunque posto sarai, in qualunque posto sarò, tra le cose che vivi io per sempre vivrò. In qualunque posto sarai ci ritroveremo vicino, stretti l’uno nell’altro oltre il destino”.

di Monica Lupi