LAWRENCE D’ARABIA: COLONNELLO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Tra le pieghe della storia, attraverso la vita di uomini che hanno vissuto in prima persona gli eventi decisivi che la compongono, è possibile cogliere il senso dei grandi momenti di un’epoca, o quanto meno avvicinarsi ad essi e poterne così esplorare le cause, trovando a volte una risposta ad alcuni degli infiniti interrogativi che possono sorgere.

Lawrence d’Arabia è il titolo di un libro di Franco Cardini, professore di storia medievale all’Università di Firenze, saggista di lunga data e stimato studioso.

Attraverso la storia di questo inglese nato a fine Ottocento, che molto viaggiò e a fondo conobbe il Vicino Oriente, si stagliano immagini di eventi storici più grandi, che trascendono la vicenda umana del colonnello Lawrence, pur contenendola.

Un racconto di questo tipo può aiutare a cogliere il senso della storia, oggi degradato anche nei parlamenti in cui, rifiutando di fare i conti con la complessità, si arriva al punto di processare ex post, con le leggi, chi si trovò ad agire in contesti completamente diversi da quello in cui viviamo.

Lawrence rappresenta il prototipo dell’europeo colto e coraggioso che, pur consapevole di dover svolgere una funzione per il suo paese, si innamora dell’Oriente luminoso, e in particolare di quel Vicino Oriente conosciuto, oltre che grazie alla sua attività di spia e colonnello inglese, anche per aver partecipato da archeologo agli “scavi di Carchemish” ancora oggi considerati fondamentali per lo studio di questa terra.

C’è la consapevolezza dei tanti Orienti diversi: «arabo, ebraico, euro-asiatico, uno di Bisanzio e della Russia, uno turco-ottomano, uno persiano, iraniano, uno centro asiatico, uno indiano, uno cinese, uno giapponese, e un oriente del sud-est asiatico». Ma anche riferimenti all’antichissima origine di quell’idea di Occidente così lontana nel tempo da risalire al mondo greco del VI e V secolo. Un mondo quest’ultimo, che seppe immaginare per primo una cultura unica – quella occidentale appunto – in quanto nata nella «consapevolezza della non-centralità» nell’universo. Da qui il richiamo al mito d’Europa: «la bellissima principessa fenicia» figlia dell’Asia.

Una parte è dedicata al rapporto tra Cristianesimo e Islam, religioni non necessariamente costrette – come vorrebbero gli estremismi occidentalista e islamista allo stesso titolo – a una logica di scontro di civiltà, in quanto, come ricorda Cardini: «Lo straniero e il cristiano non sono ben visti in Arabia, non nell’Islam, per il quale lo straniero è sempre un ospite». E non a caso si ricordano le tante comunità cristiane presenti in paesi come l’Iraq, la Siria, l’Egitto, la Giordania, la Somalia e molti altri. Certo, la storia di Lawrence testimonia la sussistenza di identità diverse, ma che non per questo non possono dialogare e perfino, in alcuni casi, abbracciarsi. Nel suo essere spia per il governo britannico Lawrence può conoscere ed entrare strettamente in contatto con quel mondo, e il dubbio di fondo con cui si chiude il libro, anche per la fine tragica del protagonista, deceduto prematuramente a causa di un incidente in motocicletta, è proprio questo: avrebbe mantenuto salda la propria identità di inglese, fedele a Sua Maestà Britannica, o invece il suo spirito era già stato inesorabilmente rapito da quella visione incentrata sulla lealtà e l’onore, tipica della cultura beduina? Resta il dubbio, ma quest’ultima ipotesi testimonia la potenza spirituale di un Oriente che può rapire spiritualmente addirittura chi, dall’Europa, era partito per conquistarlo, e nel ruolo di spia beffarlo. Una forza racchiusa nel saper vivere al di sopra e al di là del semplice benessere materiale, mentre l’Occidente sempre più alla mercé dell’utilitarismo, del consumismo, e dell’edonismo di massa, rischia di perdere la forza che muove ogni realtà, individuale o comunitaria.

Sotto un profilo strettamente politico emerge netta la spietatezza delle potenze democratiche di inizio Novecento. Senza incorrere nel moralismo storiografico già stigmatizzato, non può essere trascurato quell’atteggiamento occidentale di speculazione spesso spregiudicata su una terra letteralmente depredata, in cui un popolo che combatteva per la propria unità fu costretto ad assistere alla spartizione di se stesso, nel Trattato Sykes-Picot, in cui Francia e Inghilterra si divisero il Vicino Oriente.

La storia del colonnello Lawrence è allora un modo per scavare a fondo nel rapporto tra quei due «gemelli che non sarebbero mai potuti andare d’accordo» per come ebbe a dire Rudyard Kipling: Oriente e Occidente. E calarsi nel contesto storico è importante a maggior ragione perché, proprio in quel periodo vengono a manifestarsi cambiamenti fondamentali, i cui riverberi ancora oggi si avvertono sul piano geopolitico.

Inghilterra e Francia condussero una politica, tanto in ambito coloniale quanto in Europa dopo la Prima guerra mondiale, che fu letale per i futuri sviluppi delle sorti del mondo. Una politica di accaparramento materiale irrispettosa di quel diritto di autodeterminazione dei popoli pur astrattamente professato. E la domanda vera che si impone, ma che sappiamo essere velleitaria in quanto astorica, è questa: quanto sangue ci saremmo risparmiati nel Novecento, se la famelica volontà di supremazia delle democrazie non avesse superato la soglia dell’eccesso? E di conseguenza, un’altra, anche alla luce degli eventi recenti in Afghanistan: fino a che punto gli stati democratici occidentali continuano a imporre supremazia, e che ne sarà domani di questi due gemelli apparentemente inconciliabili: Oriente e Occidente?

LEONARDO TOSONI