L’Unione dei diritti

Era il settembre del 2018 quando il Parlamento Europeo decideva di dare inizio ad una procedura disciplinare contro l’Ungheria, così come prevista dall’articolo 7 del Trattato sull’Unione europea. Con 448 voti favorevoli, il Parlamento constatava il rischio di una violazione dei valori fondamentali dell’Unione da parte dell’Ungheria, sollevando preoccupazioni circa l’indipendenza della magistratura, la corruzione dilagante, la protezione della libertà di espressione, nonché della libertà accademica, e la tutela dei diritti delle minoranze e dei migranti. Ben 197 deputati si erano opposti alla mozione e 48 astenuti. 

In tal senso il voto rispecchiava un’importante divisione all’interno dell’Unione: da un lato un’Europa che si riconosce come parte di una comunità di valori, che combatte l’esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociale; dall’altro un’Europa che difende l’idea di “democrazia illiberale” e che ancora tarda a comprendere il significato di quei valori che pur si è impegnata a promuovere. L’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea stabilisce infatti che “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze”. Al momento della loro entrata nell’UE, l’Ungheria e gli altri paesi ex Urss dichiaravano di rispettare e di impegnarsi a promuovere i suddetti valori. Diffusa era d’altronde l’idea che le distanze tra i nuovi e vecchi Paesi membri si sarebbero accorciate in tempi brevi e che gli orfani dell’Unione sovietica si sarebbero presto allineati alle tradizioni europeiste. Sono passati circa quindici anni dall’allargamento ad Est, ma le distanze non hanno fatto che aumentare. 

Ad oggi la divisione tra due modi di essere e di intendere l’Unione sembra più netta che mai con l’Ungheria di Viktor Orbán a capo di una coalizione di Paesi che minaccia la tenuta dello stato di diritto all’interno dell’Ue. Proprio per questo motivo, lo scorso 22 giugno, i ministri per gli affari europei dei 27 Paesi membri hanno a lungo discusso circa la questione ungherese. Il dibattito è nato a seguito dell’approvazione da parte del Parlamento ungherese di una legge che proibisce la condivisione con chiunque abbia meno di 18 anni di qualsiasi contenuto che promuova l’omosessualità o affronti il tema del cambio di sesso. Contro la normativa ungherese, già definita “vergognosa” dalla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, si sono immediatamente pronunciati i parlamentari europei. Con un totale di 459 voti favorevoli, gli europarlamentari hanno votato una risoluzione che critica aspramente la legge e chiede all’Unione di intraprendere al più presto un’azione legale contro l’Ungheria. Lo scontro sulla nuova legislazione anti-LGBTQ+, tuttavia, altro non è che la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Come anche evidenziato nella risoluzione dell’europarlamento, la legge si inserisce all’interno di un più ampio contesto di “graduale smantellamento dei diritti fondamentali in Ungheria”. 

Sebbene le irregolarità rimangano le stesse a tre anni dalla denuncia del Parlamento, l’Unione avrebbe dalla sua un’arma ben più importante dell’articolo 7 da sfoggiare contro l’illiberalismo ungherese: la possibilità di non erogare i soldi del Recovery Fund. All’Ungheria spetterebbero sette miliardi e mezzo di euro, ma la Commissione potrebbe decidere di non erogare questi fondi se il meccanismo sulla condizionalità dello stato di diritto dovesse essere attivato, così come richiesto dall’europarlamento. L’UE è di fronte ad un’importante scelta. Si tratta di dimostrare che l’Unione non è solamente una comunità economica (o peggio, un bancomat, come l’ha definita in maniera provocatoria il polacco Kaczynski), ma è prima di tutto un’unione di valori, e questi valori non sono negoziabili. Chi vuole impegnarsi a rispettarli è dentro, altrimenti, meglio rimanere fuori.

CHIARA CIUCCARELLI