LA LUNA E I FALÒ: IL “RITORNO” SOSPESO TRA MITO E DOLOROSA CONCRETEZZA DEL PRESENTE

Una delle cifre peculiari della scrittura pavesiana è certamente il «monocorde insistere sulle stesse tematiche, continuo e ossessivo ritmare gli stessi significanti affinché essi possano svelare il loro mistero, il loro significato nascosto, la loro verità» (P. Vaccaneo, A Torino con Pavese. Un arcipelago interiore, 2020). E così, anche il suo ultimo romanzo è effettivamente un coagulo di temi e motivi che già avevano precedentemente percorso la produzione dello scrittore. 

La critica considera la Luna e i falò la summa dei temi più cari a Pavese, pur rimanendo la sua scrittura nell’originalità e senza rappresentare una riproposizione di un tentativo già fatto (E. Gianola, Cesare pavese. La poetica dell’essere, 1971). Uno dei motivi più ricorrenti e rilevanti è quello del “ritorno”: la narrazione vede un uomo, Anguilla, che compie un viaggio di ritorno alla propria terra e alle proprie origini per cercare di recuperare il mondo della propria infanzia e adolescenza che lì ha le sue radici. 

Sentiero di notte in Provenza - Wikipedia

Vincent Van Gogh, Sentiero di notte in Provenza, 1890

Se volessimo tracciare un filo rosso nel panorama compositivo pavesiano, già la famosissima poesia I mari del Sud, contenuta nella raccolta Lavorare stanca, presenta per la prima volta la figura di un ragazzo rientrato al proprio paese natale dopo che «vent’anni è stato in giro per il mondo» (v. 24). Un altro spunto per riflettere sul tema del nostos, del ritorno, proviene dal racconto La Langa, all’interno di Feria d’agosto.

Ma qual è il senso di tutte queste storie di viaggi di ritorno? E cosa implica? Il romanzo La luna e i falò è pervaso nella prima parte da una forte componente memoriale: Anguilla cerca di recuperare il mondo che si è lasciato alle spalle e nel quale ha vissuto la sua prima giovinezza, accompagnato anche dalla guida del suo vecchio amico Nuto. Il ripercorrere quelle stesse strade su cui un tempo aveva dolorosamente lavorato ed il rivisitare quegli stessi luoghi dove un tempo aveva conosciuto le fatiche del lavoro ha, nelle intenzioni del protagonista, l’intento di costruire la propria individualità, maturità e conoscenza. E se è vero che il momento in cui ogni essere umano vede per la prima le immagini esemplari per la propria vita è l’infanzia, è anche vero che a questa stessa visione non corrisponde mai una forma di conoscenza delle stesse: è necessario a tale proposito divenire adulti, tornare in quell’universo di memorie d’un tempo e ri-scoprirle attraverso un’opera di riflessione e di confronto con sé stessi e con il mondo. Ma per comprendere è necessario, dice Pavese, che la vita «va vissuta / lontano dal paese: si profitta e si gode / e poi, quando si torna, come me a quarant’anni, / si trova tutto nuovo.» (I mari del Sud, vv. 13-16). 

A che prezzo avviene tutto ciò? Per buona parte del romanzo la narrazione procede nel ricordo di un passato dai toni lirici ed elegiaci: le memorie affiorano nel protagonista da un odore, una visione di una cascina, un falò, un tronco o un oggetto e l’impressione che si ha è quella che tutto sia perfettamente rimasto immobile, proprio così com’era in passato. Anche il trascorrere del tempo segnato dalle stagioni e dai lavori agricoli contribuisce a creare un’atmosfera di immutabilità delle cose e la fanciullezza diviene così «orizzonte emblematico della favola nonostante le asprezze d’un tempo» (Stefano Scioli, La luna e i falò: (invincibili) solitudini tra mito, realtà storica e scacchi esistenziali, 2021). A questo primo “momento” si contrappone però un secondo, in cui prende avvio l’operazione di comprensione di quegli stessi oggetti e figure primordiali, ora non più carichi soltanto di una singolare vibrazione che fa muovere le corde del cuore. Rivedere le cose per la seconda volta consente ad Anguilla di ritornare su quel passato sul quale si è formato e di capire il profondo stato di miseria in cui è vissuto, il pessimismo delle passioni umane, la violenza della lotta politica, della guerra appena conclusa, del potere e l’avanzare inarrestabile della morte, i quali scaturiscono nel protagonista il senso  fallimentare del ritorno: la dimensione memoriale di cose e persone non coincide più con il presente della cronaca, in cui tutto è cambiato, invecchiato e scomparso. Quel che resta, a distanza di anni, «era come una piazza l’indomani della fiera, una vigna dopo la vendemmia, il tornar solo in trattoria quando qualcuno ti ha piantato» (La luna e i falò, cap. XI). 

Il ritorno, quindi, non è un positivo recupero del protagonista della propria identità e delle radici perché il passato non si può sottrarre alle istanze di un presente che ne modifica la fisionomia memoriale (Stefano Scioli, La luna e i falò: (invincibili) solitudini tra mito, realtà storica e scacchi esistenziali, 2021). Ai miti e ai riti legati al fuoco, celebrati in occasione delle feste contadine con funzioni propiziatorie, ben impressi nella memoria del protagonista, si aggiungono e sostituiscono ora i falò di morte provocati dalla guerra e dalla lotta partigiana, comportando ogni perdita delle illusioni. Dirà Pavese in esergo al romanzo La luna e i falò «Ripeness is all» («la maturità è tutto»): se da piccoli è possibile ancora uno sguardo incantato al mondo circostante, nella maturità lo squallore dell’esistenza getta l’uomo, e quindi l’autore stesso, nella solitudine della vita.

Immagine che contiene fumo, natura, fuoco, esterni

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CONSIGLI  BIBLIOGRAFICIG. Albertocchi, Il sistema della memoria ne La luna e i falò, in Cuadernos de Filologìa Italiana, Universidad Complutense, Madrid, 2011.

LUCIA GRATANI