Gruppi multinazionali: verso un’imposta minima globale?

Lo scorso 9 luglio per l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, è stata una giornata storica nell’ambito della propria lotta, ormai pluriennale, alle politiche di “Profit Shifting” (ovvero il trasferimento dei profitti delle grandi imprese in paesi a fiscalità agevolata): per la prima volta 132 paesi hanno approvato un sistema di tassazione delle grandi imprese multinazionali denominato “Statement on a Two-Pillar Solution to Address the Tax Challenges Arising from the Digitalisation of the Economy”, che entrerà in vigore nel 2023. 

Il sistema è ripartito in due pilastri, il primo (pillar one) riguarda la ripartizione degli extraprofitti conseguiti dalle multinazionali, mentre il secondo (pillar two) istituisce una tassazione minima globale per i grandi gruppi societari (G. Odetto, Nuove Regolare dal 2023 per i Gruppi Multinazionali, Eutekne.info, 22 luglio 2021). Il Pillar One prevede che, per i gruppi con un fatturato globale superiore ai 20 miliardi di euro e con un rapporto superiore al 10% tra utile ante imposte e ricavi, una quota tra il 20% e il 30% degli extraprofitti generati sia distribuita negli stati in cui i prodotti delle multinazionali sono venduti. Con riferimento al Pillar Two, l’OCSE ha previsto una tassazione minima globale del 15% (Minimum Tax for Purposes of IIR and UTPR – MTPIU) per le multinazionali con ricavi consolidati superiori a 750 milioni di euro i cui profitti siano sottoposti ad imposizione in nazioni nella quale l’imposta a cui sono sottoposti è inferiore alla MTPIU (A. W. Granwell, J. D. Odintz, Agreement on Global Tax Reform: What Happened and What’s Next, Holland & Knight, 7 luglio 2021).

La ratio normativa posta alla base del primo pilastro è quella di non limitare l’imposizione fiscale nel paese in cui la multinazionale ha la propria stabile organizzazione, ma di espanderla anche a quei paesi nei quali i prodotti sono venduti, specie con riferimento ai servizi digitali, ripartendo la tassazione degli extraprofitti tra le nazioni di destinazioni a seconda della quota di fatturato che il gruppo multinazionale ha fatto in quel paese, purché quest’ultimo sia superiore al milione di euro o 250.000 euro nei paesi a basso prodotto interno lordo; di ben altra motivazione è la ratio del secondo pilastro, ovvero creare un sistema di tassazione equo che non crei concorrenza fiscale per la semplice residenza in paesi a fiscalità agevolata, pur mantenendo i tradizionali sistemi di esenzione o di credito d’imposta volte ad evitare la doppia imposizione tra stati.

Appare pacifico come l’aspetto teorico sopra esposto, si dovrà scontrare con l’adozione pratica di tali misure che troverà una strada tutt’altro che semplice da percorrere, anche alla luce del diniego fatto da parte di alcuni paesi nel sottoscrivere l’accordo, con l’assenza, tutt’altro che irrilevante, di nazioni dove spesso sono stabilite le sedi di grandi multinazionali (quali l’Irlanda o Saint Vincent and Grenadine) o di alcuni piccoli paesi che rappresentano dei mercati molto limitati per le grandi multinazionali (come ad esempio l’Ungheria o lo Sri Lanka). Le criticità della riforma sono evidenti, specie con riferimento al primo pilastro.

In primis, il pillar one va a favore di quei paesi che sono un grande mercato di vendita delle multinazionali, su tutti i paesi del G20, andando invece a discapito delle piccole economie che rappresentano piccole porzioni di fatturato delle multinazionali, o quei paesi dove queste sono assenti del tutto. Il pillar two invece può essere utile a creare un’aliquota impositiva minima a livello mondiale, ma è necessario prevedere dei sistemi impositivi specifici per gli interessi finanziari e le royalties.


Personalmente dubito fortemente che tali regole possano incidere pesantemente nei sistemi di profit shifting già ampiamente in uso e supportati da alcune politiche nazionali volti a favorirlo specie per l’importanza che hanno le entrate derivanti dall’essere un “paradiso fiscale”, ma è indubbio che per la prima volta l’OCSE ha deciso di dare un segnale chiaro e forte sulla strada da seguire a livello globale al fine di evitare che l’abuso di sistemi a basso regime fiscale possa creare una vera e propria concorrenza sleale.

JACOPO LANCIONI