La guerra più antica al mondo: l’uomo e il cancro



«Le malattie», scriveva Gina Lagorio, «sono più intelligenti di noi, trovano la risposta dei nostri problemi prima della ragione». Il cancro è la malattia più intelligente di tutte e scriverne vuol dire confrontarsi inevitabilmente con le fragilità dell’uomo, con la sua più grande imperfezione di fronte a un Male astuto, capace di resuscitare ogni volta.

Nonostante il Novecento lo abbia definito «il Male del secolo», il cancro accompagna da sempre il cammino dell’umanità e l’uomo lo ha temuto e combattuto con strumenti via via più raffinati. Questo articolo vuole essere un racconto dell’odissea umano-scientifica della lotta al tumore, una lotta dalla quale frequentemente il nostro arcaico nemico si è rialzato indenne, una lotta dalla quale il nostro grado di consapevolezza è andato sempre via via crescendo fino a giungere alle prime vere vittorie della seconda meta del 900, dopo ben 120 mila anni di sconfitte.


Il primo caso di un tumore maligno risale a 120 mila anni fa e venne rinvenuto all’interno del fossile di una mandibola umana proveniente dall’Africa orientale e venne documentato da Angel J. Lawrence nel 1935. Con ogni probabilità l’origine della patologia è ancora più ancestrale ed ha accompagnato l’essere umano sin dalla sua comparsa sulla faccia della terra. Per osservare le prime prove scritte della malattia, però, dovremo attendere il 1850 a.C., data di scrittura del papiro di Kahun, uno dei più importanti papiri medici dell’antico Egitto.


In questo papiro vengono trattate e descritte diverse problematiche di tipo ginecologico e fra queste viene elencato anche un caso di tumore all’utero. Il papiro di Kahun non è l’unico che tratta della malattia, un altro, quello di Ebers, scritto 300 anni  più tardi, bolla il tumore come  “male che non può essere curato”.
E’ interessante notare in questi testi come la rigida, e quasi scientifica, descrizione anatomica del corpo umano e delle manifestazioni sintomatologiche cozzi fortemente con le bizzarre cure per lo più di tipo magico, che venivano affidate nella maggior parte dei casi ai sacerdoti. Siamo in un’epoca in cui il concetto di medicina è fortemente legato a quello di teurgia.


A slegare il concetto di teurgia da quello di medicina fu Ippocrate di Kos, medico e filosofo greco che visse a cavallo tra il V e il IV secolo a.C.
Ippocrate viene ancora oggi considerato uno dei padri della medicina moderna, proprio per aver tagliato il cordone ombelicale, che da periodi ancestrali la vedeva collegata al mondo delle divinità, tanto in Grecia quanto in tutto il bacino mediterraneo. Fatto assai curioso che la storia abbia scelto proprio lui per scindere questo legame dato che suo padre, medico anch’egli, sosteneva di essere il discendente del dio greco della medicina, Esculapio. Ippocrate dette alla figura del medico lo status di “professione a se stante”, che non aveva nulla a che vedere con quella del sacerdote.
Questa “nuova” figura aveva secondo lui il compito di studiare in maniera sistematica il corpo umano e i mali che lo affliggevano e, là dove possibile, proporre un’eziologia e una cura; un approccio certamente più freddo e logico, ma ancora assai ben lontano dal metodo scientifico.

Ippocrate di Coo


Per quanto riguarda i tumori maligni, Ippocrate li battezzò carcinomi dal greco καρκινιον (karkinion) ossia granchio, questo perché osservò che i noduli tumorali divoravano i tessuti a loro circostanti con una morsa acuta e dolorosa, proprio come fa un granchio con la sua chela. Ippocrate ribadì l’incurabilità dei tumori e si limitò a proporre delle soluzioni per alleviare temporaneamente le sofferenze di quelli che lui chiamava “carcinomi manifesti”, ossia tumori maligni che crescono sulla superficie del corpo.
Le cure palliative consistevano nell’applicazione di sostanze emollienti sulla parte del corpo colpita dalla malattia e sull’ulcerazione che ne derivava, mentre, per quanto riguardava i “carcinomi occulti” ossia quelli che crescevano sotto la superficie del corpo, raccomandò addirittura di non tentare alcuna cura, infatti : “i malati muoiono presto se curati, vivono più a lungo se abbandonati al loro destino”.
Una conclusione triste, rassegnata, che riflette le capacità, anzi le incapacità, della farmacologia antica.


Per quanto riguarda l’eziologia dei carcinomi, Ippocrate fu più “preciso”, infatti, sosteneva che i carcinomi si originassero dalla δυσκρασὶα (discrasia), ossia cattiva mescolanza dei quattro umori: sangue, bile gialla, bile nera, flegma, che secondo lui governavano la salute del corpo umano: in particolare era l’eccesso della bile nera a causare il male.
La teoria della discrasia umorale dei carcinomi di Ippocrate verrà ampliamente accettata in tutto il mondo antico ed eletta a dogma. Nemmeno il famoso medico romano, Claudio Galeno, vissuto nel secondo secolo dopo Cristo la metterà in dubbio, tuttavia a differenza del suo predecessore tentò diversi approcci per trovare non una cura palliativa, ma una cura vera e propria ai carcinomi, nonostante ciò anche lui come il suo illustre collega greco arriverà alla conclusione che “una malattia, allorquando ha origine dallo sconvolgimento della bile nera è mortale”.


Nessun rimedio sembra essere risolutivo secondo Galeno se non, là dove possibile, l’asportazione della massa, notando che gli ammalati tendono a sopravvivere per più tempo rispetto a quelli in cui la massa non può essere asportata.
Al giorno d’oggi sembra una sciocchezza ma per l’epoca fu un grande passo avanti.
A questo punto della storia è necessario scindere la questione su due piani: quello eziologico e quello terapeutico.
Dal punto di vista terapeutico la consapevolezza che l’asportazione della massa era una delle chiavi per sconfiggere il male andò via via crescendo e maturando ma dal punto di vista eziologico non cambiò nulla: dare per giusta la teoria di Ippocrate non portò nessuno ad interrogarsi sulla vera causa dei carcinomi per oltre 1000 anni, negando di fatto qualsiasi approccio farmacologico razionale alla cura dei carcinomi. Ma qualcosa sta per cambiare.

MARCO VALLORANI