Osvaldo Licini: Morte e Resurrezione

Osvaldo Licini, al momento, è considerato uno dei maggiori esponenti italiani dell’astrattismo artistico della prima metà del Novecento. Il giudizio sull’artista, però, non fu sempre questo, per un lungo periodo cadde nel dimenticatoio e solo negli ultimi trent’anni è stato riscoperto e valorizzato; ciò spiega bene l’aumento vertiginoso delle quotazioni delle sue opere.

Originario di Monte Vidon Corrado, splendido borgo situato a metà strada tra il mare e gli Appennini, nacque il 22 marzo 1894. Il pittore, nei primissimi anni di vita, venne cresciuto dal nonno, poiché i genitori per motivi di lavoro si dovettero trasferire a Parigi. Nel 1908, spinto proprio dal nonno che aveva ravvisato in lui grandi doti artistiche, si trasferì a Bologna per frequentare l’Accademia di Belle Arti: furono suoi compagni di studio Giorgio Morandi, Mario Bacchelli, Severo Pozzati, Giacomo Vespignani. 

Nell’estate del 1909 scrisse i Racconti di Bruto, cinque brevi racconti nei quali Bruto, alter ego grottesco del Licini, racconta sé stesso. Nel marzo del 1914 tenne la sua prima mostra presso l’Hotel Baglioni di Bologna, insieme ad altri artisti emergenti. Nel 1915 si trasferì per un breve periodo a Parigi e presso il Café de la Rotonde conobbe e frequentò Pablo Picasso, Jean Cocteau, Blaise Cendrars, Ortiz de Zarate, Moïse Kisling. Tra il 1922 e il 1925, ritornato nel suo paese natio, intraprese uno stimolante dialogo culturale con gli amici marchigiani Felice ed Ermenegildo Catalini, Gino Nibbi, Acruto Vitali. 

Acruto Vitali, artista e poeta, fu un mentore per Licini, in particolar modo per quanto concerne la poesia. Egli gli fece conoscere Sandro Penna e lo avvicinò alla poesia francese, facendogli apprezzare la poetica di Rimbaud. Insieme coltivarono l’amore per Leopardi e per la sua poesia. Per il pittore di Monte Vidone, Leopardi fu un’ossessione. Spesso si recava a casa dell’amico sangiorgese per farsi recitare qualche verso del poeta recanatese e puntualmente, al termine di ogni recitazione, affermava che prima o poi avrebbe dedicato al poeta una serie di quadri. Un giorno Licini si recò da Vitali con un piccolo quadro sotto braccio e gli disse: «Ecco qua il mio Leopardi», era un’Amalassunta luna.

L’Amalassunta è il soggetto più noto della pittura liciniana. Per il pittore essa è «la luna nostra bella, la mia luna», dunque la luna marchigiana, osservabile solo dalle nostre colline. Il nome deriverebbe dalla regina Amalassunta, figlia del re degli Ostrogoti Teodorico. Ella, durante il suo regno (526-535), spostò la capitale da Ravenna a Fermo, facendo vivere alla città un periodo di grande splendore. 

Licini ebbe un rapporto del tutto particolare con il paesaggio marchigiano, amava profondamente la sua terra e i borghi che in essa sorgono come punte di diamante. Straordinario fu il suo legame con Grottazzolina, per la assiduità con cui frequentava la famiglia Catalini, originaria proprio del piccolo borgo marchigiano. Numerose lettere ai fratelli Felice ed Ermenegildo Catalini ne testimoniano la profonda amicizia. Ermenegildo avvocato e professore di letteratura fornì all’amico tutti i libri di cui necessitava. Usando la ferrovia Adriatico-Appennino, Licini, con i due fratelli e l’amico sangiorgese Acruto Vitali, amava fare gite nei borghi situati lungo la tratta e spesso il gruppetto si fermava proprio a Grottazzolina, dove Licini amava dipingere. Il rapporto straordinario che ebbe con il territorio lo differenziò da tutti gli altri artisti: come Leopardi con la poesia, così Licini con la pittura riuscì a mitizzare le nostre colline e i nostri borghi, rendendoli un unicum

Bibliografia:

Luana Trapè, Licini Leopardi e il paesaggio sublime, Macerata, edizioni ephemeria, 2019.

Elio Pecora, Alfredo Luzi e Stefano Papetti, Acruto Vitali pittore e poeta (1903-1990), Fermo, Andrea Livi Editore, 2017.

Licini: Osvaldo Licini capolavori, in Catalogo della Mostra tenuta a Torino nel 2010-2011, Milano, Electa, 2010.

Antonio Delle Rose, Osvaldo Licini, Chiaravalle, Comune di Chiaravalle, 1989.

Alfredo Luzi, Politica e cultura in un cenacolo di provincia. Lettere di Gino Nibbi e di Acruto Vitali ad Ermenegildo Catalini, in Marca/Marche, N. 6 (2016), pp. 331-344.

RICCARDO RENZI