L’emergenza nell’emergenza: la violenza contro le donne ai tempi del Covid-19

«Anche e soprattutto durante l’emergenza da Covid-19 non dobbiamo dimenticarci delle donne vittime di violenza, per le quali l’obbligo di restare a casa praticamente 24 ore su 24 con uomini violenti e maltrattanti, si configura come un ulteriore dramma» (Anci Friuli Venezia Giulia, Violenza sulle donne durante l’emergenza Covid-19, comunicato del 9 aprile 2020: https://ancifriuli.compa.fvg.it/Comunicazione/Le-notizie/VIOLENZA-SULLE-DONNE-DURANTE-L-EMERGENZA-COVID-19). 

Le parole della Coordinatrice del tavolo per le politiche di genere Anci Fvg, l’Assessora del Comune di Pordenone Guglielmina Cucci, hanno delineato un quadro ben più ampio e tristemente desolante di quello che tutti, o quasi tutti, immaginiamo. 

La pandemia da Covid-19 ha evidentemente scalfito numerosi aspetti della vita sociale, economica e politica di ciascuno di noi, con conseguenze ad ampio raggio che ancora non siamo in grado di valutare in maniera sistemica e puntuale. Effetti pesanti, non soltanto in termini fisici ma anche e soprattutto in termini psicologici, si sono già potuti registrare tra i profili sociali più vulnerabili, come le numerose donne vittime di violenza domestica che schiacciate dal peso dell’isolamento, caratteristica comune delle relazioni abusanti, si sono trovate letteralmente confinate con il proprio aguzzino. Laddove, infatti, la parola “casa” sembra non essere direttamente proporzionale al termine “sicurezza”, per molte donne andare a lavoro o accompagnare i bambini a scuola può voler dire scampare, anche solo per qualche ora, alle esasperanti dinamiche di potere cui sono quotidianamente sottoposte. 

Le richieste di aiuto durante la pandemia: diamo i numeri

Le misure di distanziamento sociale e di convivenza forzata attuate durante la fase di lockdown hanno rappresentato in alcuni casi il detonatore per l’esplosione di comportamenti violenti, in altri l’aggravante di situazioni già relativamente compromesse, che hanno portato a parlare di una sorta di doppia pandemia: epidemiologica e di violenza.

Le Istituzioni nazionali e regionali, ma anche le associazioni dei Centri antiviolenza, si sono lanciati nel ripensamento di nuove modalità di prevenzione al fine di mantenere una rete di sostegno per contrastare la violenza di genere. È stato pubblicizzato soprattutto il ruolo svolto dal numero di pubblica utilità nel supportare e accompagnare le donne verso i servizi che meglio si adattavano alla loro situazione contingente. 

Nel periodo compreso tra il marzo e l’ottobre 2020, in Italia molte donne si sono rivolte al 1522, promosso e gestito dal Dipartimento per le Pari Opportunità (DPO) presso la Presidenza del Consiglio. Le informazioni raccolte e rese note da Istat, sono in grado di suggerire alcune evidenze relative all’andamento del fenomeno della violenza e al trend delle richieste di aiuto, soprattutto se messe a confronto con lo stesso periodo degli anni precedenti. 

Vediamo insieme i numeri

Sono il 71,7% in più le chiamate ricevute dal 1522 nel periodo compreso tra marzo e ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando da 13.424 a 23.071. Il boom di chiamate si è avuto a partire da fine marzo, con picchi ad aprile (+176,9% rispetto allo stesso mese del 2019) e a maggio (+182,2 rispetto a maggio 2019), ma soprattutto in occasione del 25 novembre, la giornata in cui si ricorda la violenza contro le donne, anche per effetto della campagna mediatica. Rispetto agli anni precedenti, sono aumentate le richieste di aiuto delle giovanissime fino a 24 anni di età (11,8% nel 2020 contro il 9,8% nel 2019) e delle donne con più di 55 anni (23,2% nel 2020; 18,9% nel 2019). Riguardo agli autori, aumentano le violenze da parte dei familiari (18,5% nel 2020 contro il

12,6% nel 2019) mentre sono stabili le violenze dai partner attuali (57,1% nel 2020).

Le richieste di aiuto via chat sono quadruplicate, passando da 829 a 3.347 messaggi. Le richieste di informazioni sui CAV (centri antiviolenza) sono aumentate del 65,7% (Istat, Il numero di pubblica utilità 1522 durante la pandemia (periodo marzo-ottobre 2020), comunicato diffuso il 25 novembre 2020, consultabile all’indirizzo: https://www.istat.it/it/archivio/250804),

Il sistema di protezione italiano 

Tutto questo, però, sarebbe solo la punta dell’iceberg. 

La pandemia, infatti, ha messo a dura prova chi lavora in prima linea per la difesa delle donne, laddove le disposizioni normative in materia di distanziamento sociale introdotte al fine di contenere il contagio, oltre che le inefficienze strutturali di tipo amministrativo e politico di lunga data, si sono rivelate, sotto questo profilo, elementi “scomodi” per l’accoglienza delle vittime. 

È quanto denuncia il rapporto 2020 di Actionaid, un monitoraggio sul fenomeno della violenza, sui fondi destinati al settore e la situazione nelle Regioni alle prese con l’emergenza. 

Misure di contenimento come la limitata mobilità fisica, i trasporti pubblici sospesi o ridotti, le restrizioni nelle attività dei servizi di supporto (rifugi, assistenza legale, servizi per la salute sessuale e riproduttiva) hanno reso difficile, in tutto il mondo, l’accesso delle vittime ai pronto soccorso, alla giustizia, all’assistenza sanitaria e psicologica e alle strutture che offrono protezione.

Un atto di resilienza: CAV e case rifugio

I centri antiviolenza e le case rifugio durante la pandemia sono gli unici spazi che hanno continuato a funzionare del sistema antiviolenza. «Consapevoli del serio rischio di isolamento a cui le donne confinate in casa con partner violenti potevano andare incontro, il personale dei centri ha attivato in tempi rapidi strategie e strumenti di mitigazione per continuare a supportare le donne» (ActionAid, Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia, edizione 2020, diffuso il 25 novembre 2020, p. 29: https://www.actionaid.it/app/uploads/2020/11/Monitoraggio-antiviolenza_2020.pdf). È quanto denuncia il rapporto di ActionAid, Tra retorica e realtà. Dati e proposte sul sistema antiviolenza in Italia, che monitora i fondi statali previsti dalla legge 119/2013 (Legge sul Femminicidio) insieme all’attuazione del Piano antiviolenza 2017-2020. 

I dati e le testimonianze raccolte mettono in luce il grande carico operativo ed emotivo che le operatrici hanno dovuto sostenere durante la pandemia, a fronte di un sistema di protezione in larga parte impreparato ad affrontare l’emergenza sanitaria: «lavorare telefonicamente o online ha generalmente dilatato i tempi professionali delle operatrici e delle altre professioniste (avvocate, psicologhe) che, in molti casi, si sono ritrovate a rispondere al cellulare a qualsiasi ora del giorno e della notte» (Tra retorica e realtà cit., p. 30). La scarsità di dispositivi di protezione individuale (Dpi), l’obbligo di sanificazione degli ambienti, la mancanza o l’impossibilità di accedere ai tamponi e gli spazi inadeguati hanno messo a dura prova la quotidianità dei centri antiviolenza e delle case rifugio, mettendo a rischio il rispetto dei protocolli sanitari a causa della mancanza di indicazioni chiare da parte delle autorità sanitarie compenti, soprattutto nei casi di quarantena (Tra retorica e realtà cit., p. 31). «Le operatrici si sono sentite in larga parte sole, isolate, abbandonate»: così il rapporto denuncia una grave mancanza di coordinamento, di informazioni e di linee guida soprattutto durante la Fase 1, in particolare rispetto ai protocolli sanitari e alla gestione dei casi di presa in carico di donne in emergenza. 

L’impegno concreto di Actionaid

Consapevoli delle difficoltà vissute dai centri antiviolenza e dalle case rifugio, fin dai primi giorni della pandemia ActionAid ha mappato criticità e esigenze delle strutture che operano nelle grandi e nelle piccole città, da Milano a Roma, da Padova all’Aquila, che hanno chiesto sostegno per dare continuità ai servizi di supporto psicologico e legale. 

Per questo ha deciso di intervenire con un Fondo che garantisse i bisogni più urgenti di centri antiviolenza e case rifugio operanti in varie regioni d’Italia. I microgrants hanno permesso alle strutture di coprire costi straordinari per la sanificazione dei locali, l’acquisto di dispositivi sanitari, le accoglienze in emergenza, i contributi diretti alle donne prese in carico e la gestione degli enti. È l’iniziativa #Closed4women, messa in campo per dare una risposta rapida e efficace alla crescita esponenziale della violenza di genere durante il periodo di isolamento forzato.

«La fuoriuscita dalla violenza è un percorso lungo e difficile», sostiene la responsabile Programmi Actionaid Italia Elisa Visconti, «che, se interrotto, può mettere a repentaglio non solo il suo buon esito, ma anche la vita stessa delle donne assistite. Da Nord a Sud del Paese, le operatrici delle strutture di accoglienza stanno facendo sforzi enormi in favore delle donne e dei loro figli e figlie. Oggi torniamo a schierarci al loro fianco perché nessun centro antiviolenza né casa rifugio resti indietro e nessuna donna venga lasciata sola» (ActionAid, ActionAid: al via il Fondo #closed4women per sostenere le donne che subiscono violenza, comunicato diffuso il 31 marzo 2020: https://www.actionaid.it/informati/press-area/fondo-closed4women).

BENEDETTA PETROSELLI