E poco lontana mi sento dall’essere morta: l’angoscia e la depressione nell’antichità

 

Da sempre il genere umano è tormentato dalla malinconia e dalla depressione: in questo articolo tratterò il modo in cui gli antichi concepivano questo stato d’animo e illustrerò alcuni celebri esempi di poeti antichi affetti da sindrome maniaco-depressiva.

Il termine latino con cui si indica lo stato depressivo è melancholia, che deriva dal greco μέλας (mèlas, “nero”), unito al sostantivo χολή (cholè, “bile”). Il medico greco Ippocrate di Cos (V-IV sec. a.C.) formulò la teoria dei quattro temperamenti o umori, che sono quattro elementi liquidi contenuti nel corpo umano: il sangue, la flemma, la bile gialla e la bile nera. Quando la presenza degli umori è bilanciata e armoniosa, l’uomo gode di ottima salute; se invece uno dei quattro elementi prevale sugli altri, si verifica una situazione di disordine: qualora vi fosse un eccesso di bile nera (mèlaina cholè), l’uomo vivrebbe in uno stato di angoscia e di depressione. Inoltre, si riteneva che la bile nera si trovasse nella milza, un organo che condivideva con questo umore il colore scuro. Ippocrate individuò anche una stagione dell’anno in cui i disordini psichici si acuiscono: l’autunno, un’informazione che straordinariamente anticipa i moderni studi psicologici che ritengono che la stagione autunnale favorisca lo stato depressivo in certi soggetti a causa delle prime piogge e della riduzione delle ore di luce (M. Rossi, Malinconia e depressione nel mondo antico, 2018, pp. 3-4).

Areteo di Cappadocia (II sec. d.C.) è il primo medico dell’antichità ad occuparsi sistematicamente degli effetti della melancholia, che egli distingue dalla follia o mania, la quale causerebbe invece un’alternanza di momenti tristi e infelici e di momenti euforici: egli, in questo modo, prefigura il “disturbo bipolare”. Secondo Areteo, i melanchonici diventano tristi senza ragione, sono spesso scoraggiati o indolenti e vengono svegliati dal sonno a causa di improvvisi sussulti. Inoltre, sono mutevoli, lunatici e, se compiono un atto impetuoso e violento, immediatamente si pentono, per cui l’autore tuona: “conducono una vita somigliante alle bestie” (Areteo di Cappadocia, Delle cause, dei segni e della cura delle malattie acute e croniche, 1,5). 

Già gli antichi cercarono una soluzione a queste condizioni di sofferenza e di afflizione dell’animo. La medicina antica si configura perlopiù come scientia herbarum: Omero, infatti, nell’Odissea, individua un farmaco in grado di curare la bile nera, chiamato νηπενθής (nepenthès), un rimedio naturale composto da erbe egiziane. Ippocrate, invece, prescrive l’uso dell’elleboro o della mandragola per contrastare la follia e gli attacchi epilettici (F. Caruso, Melancholia, otium, acedia: tre moti dell’animo nella vita sociale del mondo antico, 2014, p. 15). Oltre ai medici, anche i filosofi, in un certo senso precursori della psicoterapia, cercano di trovare una soluzione per placare i tormenti dell’animo: Seneca, nel De tranquillitate animi, consiglia all’amico Sereno, che è colpito da una profonda condizione di malessere, di abbandonare la vana gloria, di ricercare l’equilibrio e la moderazione, di procurarsi amici onesti e fidati in grado di fornirgli conforto e che non siano a loro volta lamentosi o tristi. Il filosofo aggiunge che bisogna saper impiegare il tempo della propria vita e vivere il presente, non affidandosi interamente alla speranza; a nulla servono i viaggi con i quali ci inganniamo di fuggire dalla sofferenza, poiché, come afferma Lucrezio, “in questo modo ognuno sempre fugge sé stesso” (Lucrezio, De rerum natura, 3,1068). Parallelamente, l’uomo moderno, nell’attuale situazione di pandemia, ha dovuto fare i conti con sé stesso nella condizione di impossibilità a viaggiare.

I primi esempi di melancholia nella letteratura classica si rintracciano nei poemi omerici: nell’Iliade Achille, dopo la lite iniziale con Agamennone, viene assalito dall’ira e dall’angoscia, così Bellerofonte, venuto in odio agli dèi, passeggia solo e infelice nel campo acheo; mentre, nell’Odissea, Odisseo, costretto dalla ninfa Calipso a restare nell’isola di Ogigia, scoppia a piangere per il desiderio di tornare a casa. Saffo, nella famosa ode Quello mi sembra essere simile a un dio, poi rielaborata da Catullo nel carme 51, si presenta come triste e disperata, poiché ha visto la ragazza amata parlare sorridente con un altro uomo (fr. 31 Voigt, vv. 9-16):

la lingua si spezza: un fuoco

leggero sotto la pelle mi corre:

nulla vedo con gli occhi e le orecchie 

mi rombano:

un sudore freddo mi pervade: un tremore

tutta mi scuote: sono più verde

dell’erba, e poco lontana mi sento

dall’essere morta.

Lo stato di malinconia, nel racconto di Saffo, è accompagnato dalle somatizzazioni: l’impossibilità di parlare, una sensazione di febbre, la vista annebbiata, gli acufeni, il sudore freddo accompagnano la donna in preda ad una sorta di attacco di panico causato dalla forte gelosia nei confronti della ragazza e dal profondo sentimento d’amore. Spesso gli abbandoni e la sofferenza d’amore causano uno stato di profonda depressione, di malattia, di insania: così Didone, divenuta “folle” a causa dell’abbandono di Enea, decide di suicidarsi trafiggendosi con la spada che l’uomo stesso le aveva donato. 

Tra i poeti latini Orazio mostrò un animo irrequieto, iracondo e ansioso; un antico scoliasta (cioè un annotatore dei testi classici), lo Pseudo-Acrone, lo definì melancholicus, ossia nevrotico, quasi depresso. Egli visse i terribili anni della crisi della repubblica, nonché le guerre civili successive alla morte di Cesare avvenuta nelle Idi di marzo del 44 a.C.; combatté nella battaglia di Filippi del 42 a.C. dalla parte dei cesaricidi Bruto e Cassio, rischiando di perdere la propria vita nello scontro. Dopo la sconfitta subì la confisca della casa e dei beni paterni e fu proprio l’audax paupertas a spingerlo a dedicarsi alla poesia per guadagnarsi da vivere. Gli orrori di questo periodo lasciarono nel suo animo una cicatrice profonda poi in parte sanata dall’età augustea che favorì a Roma la pace e la stabilità politica, ma il poeta rimase per sempre afflitto da una strenua inertia (epist. 1,11,28), un’inquietudine che lo rende impotente e che gli impedisce di raggiungere la serenità dell’animo. Inoltre, Orazio forse perse precocemente la madre, assente dai suoi componimenti, contrariamente al padre, ricordato anche da Svetonio all’inizio della Vita Horati, e persino ad una nutrice (A. Traina, Introduzione a Orazio, Odi ed Epodi, BUR, Milano 1985, p. 12). Nell’epistola 1,8 (vv. 3-12), dedicata al giovane poeta romano Albinovano Celso, l’autore rivela di essere consapevole di essere affetto da una malattia (aegrum) che lo rende volubile e che gli causa un profondo senso di angoscia e di torpore:

Se ti domanda cosa faccio, digli che, pur avendo molti e bei progetti, non vivo bene, né gradevolmente. Non perché la grandine mi abbia distrutto le viti o il caldo danneggiato gli ulivi, e nemmeno perché nei lontani pascoli un’epidemia abbia falcidiato il mio gregge, ma perché ammalato più nella mente che nel fisico non voglio sentire, non voglio sapere nulla di ciò che potrebbe sollevarmi, e me la prendo coi medici, m’infurio con gli amici che vorrebbero strapparmi da questa mortale apatia; corro dietro a quel che mi nuoce e fuggo ciò che dovrebbe giovarmi: così, seguendo il vento, a Roma desidero Tivoli, a Tivoli Roma.

 Orazio è un poeta particolarmente autobiografico, si concentra sull’io e sui rapporti con sé stesso e, soprattutto nelle Epistole e nelle Satire, medita sui propri problemi esistenziali. Nelle sue opere riflette sulla precarietà della vita umana, sulla condizione dell’uomo (carm. 4,7,16 pulvis et umbra sumus), sul carattere ineluttabile della morte, di fronte alla quale riuscì a trovare una sola soluzione: la poesia, quella stessa poesia che gli ha consentito di trascendere i secoli immutato e di arrivare fino a noi, così da vincere il buio nero della morte. 

Di Marco Tombolini