Piccola storia del fauno – prima parte

La delicata sciarpa rossa del Signor Tumnus – il fauno nato dalla penna di Clive Stiples Lewis e abitante del fantastico mondo di Narnia – insieme ai suoi modi gentili, non ingannino: nella mitologia, i fauni erano creature ben più brusche e irrequiete, e probabilmente non avrebbero neanche rischiato la vita nel riaccompagnare la piccola Lucy al lampione sapendo della possibile punizione della strega bianca.

Nell’immaginario collettivo, si è soliti identificare il fauno come una creatura antropomorfa con orecchie a punta, corna e zampe caprine. La cultura occidentale, però, ha assegnato il nome fauno alla creatura metà uomo e metà capra solo da un certo punto in poi, con la fusione della cultura romana con quella greca e la formazione del cosiddetto semideum genus, fatto di fauni, satiri, ninfe, pani e sileni. In questo breve articolo cercheremo di fare ordine tra le varie figure divine e semidivine che hanno popolato le tradizioni antiche, partendo dalla cultura italica autoctona fino ad arrivare all’influenza greca.

Prima di venire identificato come un mezz’uomo, Fauno (lat. Faunus) era una delle divinità più antiche della cultura italica arcaica, venerata come genio dei boschi e protettore delle greggi:

Rex arva Latinus et urbes
iam senior longa placidas in pace regebat.
hunc Fauno et nympha genitum Laurente Marica
accipimus; Fauno Picus pater, isque parentem
te, Saturne, refert, tu sanguinis ultimus auctor.

(Verg. Aen, VII, 45-49)

[In lunga pace placide le terre e le città reggeva re Latino, ormai grave d’età, nato, si dice, da Fauno e da Marìce di Laurento; e Fauno da Pico, e Pico te, o Saturno, progenitor vantava e capostipite. Traduzione poetica dall’edizione Paravia del 1980 a cura di Adriano Bacchielli.]

Questa divinità silvestre, secondo la tradizione riportata da Virgilio, era padre di Latino, a sua volta padre di Lavinia, seconda moglie di Enea dopo la scomparsa di Creusa. Pico, invece, era identificato come dio della fecondità campestre, mentre Saturno era il mitologico padre di Giove, che regnò nel Lazio dopo essere stato sconfitto dal figlio, dando leggi alle popolazioni indigene e selvagge e fondando la mitica età dell’oro (Verg. Aen. VIII, v. 445 e seguenti).

Fauno, oltre ad essere presentato come portatore di istinti sessuali, era raffigurato con fattezze umane, i fianchi cinti da una pelle di capra o di pantera, una corona di foglie o dentata sul capo, un corno per bere nella mano destra e una cornucopia o una clava sulla sinistra. Era provocatore di visioni in sogno e dava responsi con lo stormire delle fronde o con voci misteriose che faceva udire nel silenzio delle selve o con apparizioni notturne: come succede allo stesso re Latino quando si rivolge (in Verg. Aen. VII, vv. 81-106) al mitologico antenato per chiedere responso al suo dubbio di concedere la figlia Lavinia in sposa a Turno: “(…) e quando i doni qui depose il rito, e sopra i velli dell’immolate vittime adagiatosi nella silente notte il sonno accolse, molte vede fantasime nell’aria vagare il sacerdote, e in strani modi ode parole e voci, e vede e parla con l’ombre dell’Averno e con gli Dei (…)” (Verg. Aen. VII, 86-91, traduzione poetica dall’edizione Paravia del 1980 a cura di Adriano Bacchielli).

Oltre a Fauno, ad onore del vero, nella cultura italica preromana c’è un’altra figura divina con caratteristiche molto simili: si tratta del dio Silvano, che i romani presero a venerare dagli etruschi, ma che inizialmente non elevarono a divinità con culto autonomo: dapprima, infatti, silvanus era considerato un semplice epiteto riferito al dio Fauno. Successivamente, con la diffusione della cultura romana nei territori dell’est Europa, prevalentemente boschivi, assunse il ruolo di divinità autonoma con un proprio culto domestico. Il suo aspetto era umano, con la folta chioma coronata e vestito di una tunica corta e di una pelle di capra (Verg. Ecl. X, 24 – 25): quindi di aspetto molto simile a Fauno. Nella tradizione greca, invece, chi racchiudeva in sé le caratteristiche citate era Pan, divinità non olimpica venerata soprattutto in Arcadia, figlio di Ermes e Persefone secondo la tradizione riportata dagli “Inni omerici”; dio dei boschi e dei pascoli, abitante consueto delle grotte montane (Ovid. Met. XI, 147: “Panaque montanis habitantem semper in antris”). Anche Pan era portatore di istinti sessuali, mentre, a differenza di Fauno – vestito con pelle di capra e con strumenti da guerra in mano – veniva raffigurato con fattezze antropomorfe caprine e con in mano uno strumento musicale che lui stesso aveva fabbricato:

“Restava da riferire le parole e raccontare come la ninfa, sorpresa alle preghiere, fuggisse per le forre finché non giunse al placido, sabbioso fiume Ladone; e come qui, impedendole il fiume di proseguire la corsa, pregasse le acquatiche sorelle di trasformarla; e come Pan, quando credeva ormai di averla presa, stringesse, al posto del corpo di Siringa, un ciuffo di canne palustri, e si mettesse a sospirare: e allora l’aria vibrando dentro le canne produsse un suono delicato, simile a un lamento, e il dio incantato dalla dolcezza di quella musica mai prima udita disse: «Ecco come continuerò a stare in tua compagnia!», e saldate tra loro con cera alcune cannucce di disuguale lunghezza, mantenne allo strumento il nome della fanciulla: Siringa. (…)” (Ovid. Met. I, 700–712).

In Arcadia, inoltre, e più generalmente in ogni luogo boschivo, oltre alla figura divina di Pan, vivevano, come accennato prima, tutta una serie di creature semidivine che avevano le ormai solite fattezze antropomorfe, i satiri, chiamati alle volte anche silvani. Anche loro sono descritti come esseri spesso dediti al vino – perché in parte collegati anche al culto di Dioniso – lascivi ed intenti a rincorrere le ninfe o le fanciulle che si addentravano nei boschi (come si può leggere in Ovid. Met. I, 691-693: “Più di una volta (Siringa) era riuscita a sfuggire alle insidie dei Sàtiri e dei tanti dèi che vivono nelle selve ombrose o nella fertile campagna” e in Ovid. Met. XIV, 637-638: “Che cosa non fecero, per acciuffarla (Pomona), i Sàtiri, maschietti bravissimi a spiccare salti, e i Pan dalle corna inghirlandate di frasche di pino”).

Fatta chiarezza sulle diverse creature divine protettrici di boschi e pascoli, è possibile osservare come entrambe le culture – romana e greca – avessero autonomamente una divinità dei boschi che proteggeva anche le attività dei pastori. Man mano che i contatti fra le due culture si fecero più assidui, crebbero di conseguenza le affinità: Fauno verrà pian piano identificato con Pan, perdendo le sue fattezze umane a favore di quelle antropomorfe del collega ellenico, mentre il nome proprio verrà “declassato” a nome comune per identificare le creature semidivine e antropomorfe che popolavano i boschi e facevano parte del “corteo” al seguito di Pan e Dioniso.

Una differenza “piccante”, però, la si trova nella rappresentazione che le due culture fanno di queste creature: nel mondo greco, i satiri e anche lo stesso dio Pan venivano spesso raffigurati con vistose erezioni o intenti nella masturbazione, in cui si rifugiavano quando non riuscivano a conquistare le ninfe a causa del loro aspetto deforme; dettaglio che veniva censurato, invece, dalla più austera cultura romana.

Satiro e ninfa, Franz Xaver Bergmann, 1900 circa.

Fatta chiarezza sulle diverse creature divine protettrici di boschi e pascoli, è possibile osservare come entrambe le culture – romana e greca – avessero autonomamente una divinità dei boschi che proteggeva anche le attività dei pastori. Man mano che i contatti fra le due culture si fecero più assidui, crebbero di conseguenza le affinità: Fauno verrà pian piano identificato con Pan, perdendo le sue fattezze umane a favore di quelle antropomorfe del collega ellenico, mentre il nome proprio verrà “declassato” a nome comune per identificare le creature semidivine e antropomorfe che popolavano i boschi e facevano parte del “corteo” al seguito di Pan e Dioniso. Una differenza “piccante”, però, la si trova nella rappresentazione che le due culture fanno di queste creature: nel mondo greco, i satiri e anche lo stesso dio Pan venivano spesso raffigurati con vistose erezioni o intenti nella masturbazione, in cui si rifugiavano quando non riuscivano a conquistare le ninfe a causa del loro aspetto deforme; dettaglio che veniva censurato, invece, dalla più austera cultura romana.

Dettaglio di un vaso risalente al 550 a.C. circa e conservato al Museo Archeologico Nazionale di Spagna, Madrid.

L’avvento della cultura cristiana ha guastato la percezione che la cultura collettiva aveva del fauno: se prima veniva considerato come una specie di folletto dei boschi, ora viene addirittura visto come personificazione del diavolo a causa dell’aspetto caprino, animale simbolo di Satana che lo stesso Gesù aveva paragonato ai falsi seguaci (Mt 25, 31–46). Le antiche caratteristiche di generare visioni notturne e l’essere portatore di pulsioni sessuali non hanno fatto altro che corroborare l’idea collettiva della negatività del personaggio.

In epoca moderna invece, la creatura ha generato una potente attrattiva per gli artisti di ogni tipo, che ne hanno fatto il soggetto di quadri, sculture, opere sinfoniche, balletti, opere letterarie e pellicole cinematografiche. Basti citare quello che Paul Valéry considerava il più grande poema mai scritto della letteratura francese, L’après-midi d’un faune, opera di Stéphane Mallarmé del 1876, musicata nel 1894 da Claude Debussy con il titolo Prélude a l’après-midi d’un faune, in cui un fauno si sveglia da un sonno pomeridiano e racconta le sue esperienze sessuali, in una sorta di monologo in cui ricorda le ninfe che ha incontrato – o che ha sognato di incontrare – al mattino.

di Federico Senarighi