Il linguaggio transmentale di Velimir Chlebnikov

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  Nikolaj Kul’bin, 1913: Ritratto di Velimir Chlebnikov

Nella Russia del primo Novecento, il letterato futurista che più spiccò per estro creativo fu senza dubbio Velimir Chlebnikov (Markov, Storia del futurismo russo, 1973). Viktor Vladimirovič Chlebnikov (il soprannome Velimir gli fu affibbiato da Majakovskij poiché più eufonico secondo quest’ultimo) nacque il 10 ottobre 1885 – 28 ottobre del vecchio ordinamento giuliano – a Tundutovo, un villaggio nella regione di Astrachan’. La sua era una tipica famiglia russa benestante del periodo prerivoluzionario, con un padre ornitologo e amministratore di un distretto e una madre ucraina ben istruita. Era poco costante con gli studi e cambiò molte volte il suo campo di interessi, dalla matematica alla biologia fino allo studio del sanscrito e della cultura slava, che sempre si ritrovano nelle sue opere poetiche.

Paragonandolo ai suoi colleghi futuristi, spicca una netta differenza negli atteggiamenti: non era incline alla vanità tipica dell’intellettuale o alla celebrazione pubblica, anzi era molto distaccato dalle questioni politiche e riluttante ai dettami e alle regole (forse a causa del suo essere molto introverso e spesso cupo e nervoso). Andava in giro con un quaderno pieno di formule matematiche e versi. A tal proposito, le considerazioni intorno alla sua figura sono tra le più discrepanti: tra i suoi colleghi ed amici c’è sia chi lo considerava un genio vista la sua poliedricità, sia chi lo considerava un uomo troppo singolare e pittoresco da poter essere compreso. La sua figura diventerà immortale già nel 1922, quando verrà preso come modello ed osannato dal LEF (Fronte di Sinistra delle Arti), considerato un vero e proprio idolo della sua generazione letteraria, influenzando ed ispirando tutti i suoi contemporanei con i suoi scritti. Forse questa improvvisa adorazione nei suoi confronti è dovuta alla complessità e al mistero celati dietro le sue opere, che lo resero un poeta eterno. 

La sua carriera letteraria iniziò frequentando l’Accademia del Verso di Ivanov e Kuzmin, dove perfezionò il suo stile all’ordine del simbolismo. Verso la fine del 1908 avvenne l’incontro decisivo con Kamenskij, anch’egli vicino al futurismo, che portò il giovane poeta alla ribalta. Pubblicò tutti i suoi scritti composti fino a quel momento nella rivista “Primavera” (Vesna), di cui era direttore. I successivi otto anni che Chlebnikov fu a San Pietroburgo furono il suo periodo più produttivo, soprattutto il 1910 con “Esorcismo col riso” – dove che lo rese famoso in tutta la Russia: 

Oh, mettetevi a ridere, ridoni!

Oh, sorridete, ridoni!

Che ridono di risa, che ridacchiano ridevoli,

oh, sorridete ridellescamente!

Oh, delle irriditrici surrisorie — il riso di riduli ridoni!

Oh, rideggia ridicolo, riso di ridanciani surridevoli!

Risibile, risibile,

ridifica, deridi, ridùncoli, ridùncoli,

ridàccoli, ridàccoli.

Oh, mettetevi a ridere, ridoni!

Oh, sorridete, ridoni!

(Trad. di A.M. Ripellino, in “Poesie di Chlebnikov”, 1968)

Col tempo, divenne sempre più ossessionato da tre aspetti: i calcoli matematici, cercando di scoprire le leggi che governano il tempo e le date storiche; l’Asia, anticipando tutta la corrente eurasiatica; il collegamento tra i fonemi e il loro significato ideologico. Matematica, cultura orientale e lingua sono quindi i tre pilastri sovrapposti che definiscono la poetica chlebnikoviana. 

Una nuova lingua per il domani 

Chlebnikov considera l’alfabeto una “tavola dei rumori”, guidata da una logica precisa: ogni consonante esprime da sola un significato e la prima consonante di una parola dominerà il campo semantico dell’intero vocabolo. Ad esempio, la lettera V (ve) indica una rotazione di un punto attorno ad un altro: veter (vento), vichr’ (turbine), volna (onda), vertel (spiedo). L’intervento di questo nuovo modo di concepire la lingua, inventando di fatto un linguaggio transmentale, servirà a dilatare i limiti lessicali della lingua russa, comunque mai indecifrabile e sempre legata alla semantica, riportandola verso un infantilismo. Di per sé la zaum’ (così chiamata da Chlebnikov e Kručënych nell’opuscolo del 1913 “La parola in quanto tale”) può essere considerata una forma di gioco, evocando lo spirito infantilista, appunto, dei budetljane (nome che Chlebnikov stesso diede ai cubofuturisti russi, “gli abitanti del domani”). In più, nella sintassi chlebnikoviana, troviamo spesso l’utilizzo del lapsus, criticato da Jakobson che non ne comprende l’immaginario arcaico ed antico delle lingue parlate a cui Chlebnikov fa riferimento. Difatti, l’arte chlebnikoviana si muove tra un primitivismo, un infantilismo – espressi, anche dal suono e dall’arcaicità della lingua – e le visioni del domani a seguito della rottura con il passato, tematica di stampo futurista. Unisce quindi il suono, coordinata temporale, al colore, coordinata spaziale, restituendo la forza primitiva al concetto da esprimere (C. Solivetti, Il mondo come verso: le utopie di Chlebnikov, 1984). 

In questo caso poesia e lingua delineano un nuovo mondo, quasi anticipando la scienza, ed il poeta-profeta deve farsi carico della situazione e formulare una soluzione adeguata al popolo. Questa sarà soprattutto la missione dell’ultimo Chlebnikov nel cosiddetto Ciclo Persiano, dove in “Zangezi”, il suo capolavoro del periodo (trad. nel n. 53 di Carte Segrete, 1987) sulle orme dello Zarathustra nicciano, traccerà le tematiche orientali del misticismo e profetismo, unite alla lingua transmentale.    

NICOLO’ ROSO