Albert Camus e le tante facce dello stesso Caligola

La pubblicazione da parte di Bompiani della preziosa versione di Caligola del 1941 ha concesso la possibilità di avere uno sguardo d’insieme sull’evoluzione dell’opera e sulle differenze tra le versioni: parte integrante della cosiddetta “trilogia dell’assurdo” insieme a Lo straniero e Il mito di Sisifo, Caligola è molto di più della rappresentazione di un violento imperatore in preda alla follia; è un tributo all’eros e al tempo stesso alla tenerezza, alla teatralità e alla naturalezza delle azioni, all’amore e alla morte. Nel serrato turbinio di eventi, riflessioni e personaggi che fanno da contorno al dramma esistenziale dell’imperatore Caligola, il lettore, tenuto continuamente sulla corda dai repentini sbalzi d’umore del protagonista e dalle sue imprevedibili reazioni agli eventi, si ritrova a voler salvare personaggi ormai condannati e condannare innocenti, ad amare il tiranno all’inizio della pagina e a odiarlo in fondo, fino a provare tenerezza nei confronti di un uomo colpevole di voler amare liberamente, e per questo indicato come folle.

Maurits Cornelis Escher, Casa di Scale I, 1951, litografia

La pluralità – in certi momenti addirittura contrasto – di sentimenti che l’opera suscita, è il frutto dello sguardo privilegiato che il confronto delle versioni ci ha permesso di avere, e che ha portato alla luce anche una certa ansia di Camus nel riscrivere e correggere il suo testo. In questa sede si cercherà, brevemente, di indagare circa le possibili origini della tensione dell’autore e l’impatto che ha avuto sulle nuove versioni dell’opera, considerando che proprio l’umanità di Caligola, la sua tenerezza e il suo amore per la sorella, sono gli aspetti che più tormentavano Camus e che più volte lo spinsero a modificare i manoscritti.

Sarebbe fuorviante però, per capire cosa spingesse Camus a soffrire così tanto l’umanità del suo personaggio, non fare riferimento al contesto in cui l’opera mosse i primi passi: il progetto è del 1938, il primo manoscritto del 1939, la prima pubblicazione per l’editore Gallimard del 1944 e la prima messa in scena a Parigi del 1945; poi un travaglio di revisioni e riscritture minori che sfoceranno nell’edizione definitiva del 1958. Per intendersi, è il periodo d’oro dell’esistenzialismo, gli anni delle riflessioni sulla condizione umana di Jean-Paul Sartre (1905-1980) e Simone de Beauvoir (1908-1986). Dettaglio non da poco, visto che Camus fa esordire il suo protagonista con una battuta che già da sola è un manifesto dell’esistenzialismo: «(…) È ridicolo pensare che l’amore possa rispondere all’amore. La gente ci muore intorno, tutto qui. Questo mondo così com’è non è sopportabile. Gli uomini muoiono e non sono felici. (…)» (Albert Camus, Caligola, Bompiani, 2017, p.8).

Inoltre, come si è accennato, il periodo in cui l’opera registrò i cambiamenti più significativi è quello che va dal 1940 al 1944, il periodo del progetto e delle prime stesure, il periodo tristemente famoso per l’ascesa di Hitler in Germania, per la Seconda guerra mondiale e per la presa tedesca di Parigi. Non c’è dubbio quindi che la fase tra l’occupazione tedesca della Francia e la Liberazione abbia segnato profondamente Camus e in un certo senso “macchiato” le sue opere coeve. A questo vanno aggiunte le preoccupazioni per la Resistenza francese, la crisi intellettuale scaturita dai conflitti con il partito comunista e le precarie condizioni di salute, con il progressivo aggravarsi della tubercolosi mostratasi per la prima volta nel dicembre del 1930.

Adolf Hitler a Parigi, foto dell’epoca.

Franco Cuomo (1938 – 2007), nell’introduzione all’edizione sopra citata, individua l’origine della paura di Camus di conferire sentimenti troppo umani all’imperatore nella consapevolezza di aver creato un personaggio facilmente assimilabile ad Hitler e dietro al quale gli intellettuali francesi riconobbero davvero il Führer. Per questo si sforzò di rendere folle il suo personaggio, folle fin dalla prima pagina nella sua ineccepibile ed assurda lucidità, e non un uomo impazzito dopo aver perso l’amore della sorella; i motivi e le conseguenze della follia dovevano spingere i lettori a odiare Caligola, non a compatirlo, allo stesso modo per cui Hitler doveva essere odiato, non compatito. Da qui l’eliminazione, più o meno sistematica, di passi che mettevano in risalto l’aspetto più umano dell’imperatore, pieni di amore e tenerezza, riportati di seguito nei loro punti salienti:

«Caligola (…) (Si mette a sedere e si rivolge alla propria immagine) Non era più lei. Ho corso tanto, lo sai. Ritorno da molto lontano. La portavo sulle spalle. Quand’era viva, lontana da quel suo cadavere dall’espressione così assurda. Era pesante. Tiepida e pesante. Era il suo corpo, la sua verità morbida e calda. Mi apparteneva ancora, e su questa terra lei sola mi amava.

(Si alza, improvvisamente indaffarato) Ma ho tanto da fare. Bisogna che la porti via, lontano da qui, nella campagna che amava – dove camminava con tale armonia che l’ondeggiare delle spalle si confondeva per me con il profilo delle colline all’orizzonte. (…)» (Albert Camus, Caligola, Bompiani, 2017, p.8).

«(…) Caligola (Con la sua espressione stravolta) Son io che ho cominciato.

(Recitando un po’) Avvicinati, Drusilla.

(Confidenziale) Le dicevo così. Avvicinati, di più, più vicina… No, non aver paura. Non ti desidero – non ancora o non più, non lo so. Quando poggio la mia mano sul corpo di un’altra donna, tutto il rimpianto della tua carne mi sale alle labbra. E quando qualcuna si appoggia alla mia spalla, l’ucciderei senza concederle un sorriso per punirla di avere tentato d’imitare una tenerezza che non appartiene ad altri che a te. (…)» (Ivi, p. 16)

«(…) Caligola Io t’amavo, Drusilla, di un amore puro – puro come le stelle più pure. T’amavo, Drusilla, come si può amare il mare o la notte – con un impeto che aveva tutta la disperazione dei naufragi. E ogni volta che sprofondavo in questo amore, mi sottraevo ai clamori del mondo e all’infernale tormento dell’odio.

Non lasciarmi, Drusilla. Ho paura. Ho paura dell’immensa solitudine dei mostri. Non andartene. Ah, questa tenerezza e questo andare oltre!… (…)» (Ivi, p.17).

Busto di Caligola, museo Nt Carlsberg Glyptotek, Copenaghen, Danimarca

Con le versioni successive alla Seconda guerra mondiale, Caligola perde tutta la sua originaria passione per la vita e l’amore, arriva a confidare a Cesonia che la morte di Drusilla non c’entra niente con la sua sofferenza, lui vuole solo creare un regno in cui l’impossibile sia all’ordine del giorno, e trasforma la sua tragedia nella tragedia di un uomo dalla logica ineccepibile, ma folle. Nell’edizione definitiva del 1958 a Scipione è affidato il compito di pronunciare alcuni giudizi moralistici sul comportamento del tiranno, mentre la messinscena che apre il terzo atto della versione del 1941, in cui l’imperatore si sostituisce alla dea Venere e sembra farneticare circa la possibilità di eguagliare e anzi sostituire le divinità, corrobora l’immagine del despota che non ha più niente di apprezzabile.

«(…) Caligola (amabile) Oggi sono Venere. (…) Ed ora, signori, potete andarvene a raccontare in città lo straordinario miracolo cui vi è stato dato di assistere: voi avete visto Venere, dico visto, con i vostri occhi umani. E Venere vi ha parlato. Andate, signori. (…)» (Ivi, pp.47 e 48).

Fa da contraltare all’evoluzione di Caligola il nuovo ruolo che Camus ritaglia per Cherea, il capo della congiura che ucciderà il sovrano: se nella versione del 1938 è un personaggio secondario, egoista e invidioso, che emerge solo nel momento dell’omicidio dell’imperatore, nella scena finale del terzo atto della versione del 1941 sfida Caligola e si impone come suo antagonista, si dimostra costretto a lasciare la vita da letterato per combattere il mondo assurdo che l’imperatore sta creando. Cherea comprende Caligola, se avesse il suo potere forse si comporterebbe allo stesso modo, ma non intende assecondarlo, decide anzi di allearsi con i senatori per farlo cadere. Questo nuovo atteggiamento preannuncia la definitiva evoluzione nell’edizione del 1958, quando si impone come modello di opposizione al totalitarismo e portavoce delle idee di Camus: vede la “malattia” dietro i comportamenti di Caligola, ma non si immedesima più in lui e non c’è più ambiguità nelle sue parole, ora è fermo nelle sue posizioni di contrasto alla dittatura.

In conclusione, gli anni e le revisioni hanno spogliato Caligola della sua «esuberante purezza, del suo odore di sabbia e di mare, della sua immensa passione per la vita e l’amore» (Gino Zampieri, «Tre versioni di Caligola», in Caligola, Bompiani, 2017) a causa di una somiglianza tra il Cesare e il Führer che ha generato in Camus un’ansia di revisione quasi tassiana, e ci hanno consegnato un’opera cardine dell’opposizione al nazismo, ma che ha perso quella dionisiaca voglia di vivere che le aveva rimboccato le coperte nella culla.

FEDERICO SENARIGHI