Il Medioevo filosofico e l’unità tradizionale fra Oriente ed Occidente

I. René Guénon, il concetto di Tradizione e l’unitarietà di Oriente ed Occidente


René Guénon (1886, Blois – 1951, Il Cairo)

L’attività intellettuale di René Guénon si svolse nel campo dello studio del simbolismo e delle dottrine tradizionali d’Oriente ed Occidente: sulla base del suo percorso egli arrivò a definire il concetto di “Tradizione primordiale”; era infatti convinto che nei testi autorevoli delle più alte tradizioni religiose dell’umanità fossero presenti unanimi riferimenti ad una lontana unità originaria del genere umano: “Tradizione primordiale” non significava per Guénon esclusivamente affermazione dell’unitarietà delle tradizioni su di un piano metafisico e simbolico, ma anche convincimento di fondo nell’esistenza di una civiltà originaria dalla quale avrebbero avuto origine le civiltà storiche successive; a tal riguardo i miti, diffusi nei più variegati contesti, riguardanti il Diluvio universale ed il Paradiso terrestre sono interpretati come evidenze tramandate nelle quali ha preso corpo la memoria di questo antichissimo passato (R. Guénon, Forme tradizionali e Cicli Cosmici, 1983).

Un simile concetto, il concetto di Tradizione instaurato su tali fondamenti di base, rappresenta la cornice entro la quale inquadrare la critica del Guénon nei confronti della Modernità, di quella che egli definisce la crisi del mondo moderno. (R. Guénon, La crisi del mondo moderno, 1972). È su una tale nozione che infatti egli istituisce questa idea dell’originaria unitarietà di Oriente ed Occidente al di sotto di uno stesso prototipo di civiltà, istituito sulla conoscenza metafisica di principi sacrali e trascendenti anziché sul materialismo, unitarietà mantenutasi ben oltre la dispersione della Tradizione primordiale ante-diluviana almeno fino a quando la formazione e l’incedere rivoluzionario della Modernità non hanno comportato in Occidente quel distacco da tale stesso prototipo tradizionale di civiltà. (R. Guénon, Oriente e Occidente, 2005).

È la Modernità a sancire il distacco dell’Occidente dall’Oriente e dunque la frattura ora del primo rispetto al prototipo della civiltà tradizionale in sé, ora del primo rispetto al secondo, che avrebbe invece mantenuto il suo originario collegamento al persistere della Tradizione: Oriente ed Occidente avrebbero un tempo interagito e comunicato entro la cornice di uno stesso tipo universale di civiltà, che esclusivamente il razionalismo scientifico ed il progressismo industrialista moderni avrebbero frantumato.

Attilio Mordini, analogo studioso vicino a queste tematiche, corregge l’impianto di pensiero guenoniano e in particolare fa in modo di imprimere a questo una curvatura che possa renderlo ortodosso alla luce dell’impianto teologico e religioso proprio al Cattolicesimo: l’unità primordiale nel seno della Tradizione, diviene in Mordini unitarietà del genere umano attorno all’aspirazione verso l’Uomo universale, figurazione di quella perfezione e compiutezza che sarebbero realizzate dal Cristo in quanto incarnazione del Verbo. (A. Mordini, Il Tempio del Cristianesimo, 2006).

In particolare la lettura che Mordini da del Medioevo è quella di un’epoca universale nella quale, più che in altre epoche, si è fatta sentire una tale unitarietà di civiltà, posta come aspirazione unanime non solo delle tre grandi tradizioni abramitiche aventi allo stesso tempo in Gerusalemme città eterna la Sede principale del loro culto, ma anche nel lontano Oriente in cui prendeva corpo l’aspirazione escatologica buddhista: questa ispirazione unanime avrebbe, secondo il Mordini, stretto il genere umano attorno al medesimo ideale di Uomo universale, il quale se era dalle altre civiltà e tradizioni inteso solo in senso simbolico e figurato, nella Cristianità conosceva la sua realtà nella realtà incarnata di Cristo, ossia appunto del Verbo divino sceso sulla terra in forma umana.

II. Evidenze in seno al pensiero del Medioevo come epoca universale

Illustrazione dell’Uomo universale tratta dal Liber divinorum operum di Ildegarda di Bingen.

Il concetto guenoniano di Tradizione presenta tuttavia alcuni limiti sostanziali, tra i quali innanzitutto spicca il rifiuto, talvolta ostentato e fregiato, di sostenerlo a partire da un approccio scientifico accademico, con metodi rigorosi conformi ed affini a quelli convenzionali; ciò spesso ha reso un dato concetto non solo vago ed impreciso, ma per certi versi anche equivoco ed incapace di valorizzare e riconoscere la differenza di sostanza e l’irriducibilità che intercorre tra una tradizione ed un’altra.

Il tutto può rappresentare un danno persino al livello religioso e teologico, laddove rispetto alla dimensione storica ed esperienziale nella quale una tradizione matura si pensi di privilegiare la ricostruzione intellettuale di una Tradizione definita in senso più alto, che non di rado assume connotazioni gnostiche ed esoteriche dagli esiti talvolta discutibili.

Allo stesso modo bisognerebbe domandarsi se la diagnosi di crisi effettuata da Guénon nei confronti di un Occidente avviato verso la Modernità e distaccatosi dai fondamenti tradizionali che lo legavano all’Oriente sia ancora attuale: l’odierno Oriente non solo è la terra in cui dilagano la dittatura comunista, le ideologie fondamentaliste di stampo radicale (molto più simili di quanto non si creda alle forme di ideologismo moderno che in Occidente hanno caratterizzato i secoli scorsi) e le multinazionali, sembra anche che nei tempi futuri verrà a ricoprire un ruolo trainante ed attivo nei processi che definiranno gli esiti della stessa Modernità.

Nonostante questi ed altri limiti, una tale prospettiva ha il merito di sottoporre alla nostra attenzione una questione interessante: la possibilità che il Medioevo, epoca nella quale più delle altre siamo stati vicini ai fondamenti tradizionali della nostra cultura, sia stato per eccellenza un’epoca universale; è questa la tesi che ora brevemente analizzeremo, conducendo la nostra analisi mediante una rigorosa e scientificamente accurata indagine attorno ad alcuni fenomeni che si sono affermati nel campo della filosofia.

Mentre nei secoli successivi al crollo dell’Impero d’Occidente il mondo latino perderà la conoscenza di alcuni testi di Aristotele, soprattutto della Metafisica, e conoscerà dunque un periodo di relativo oscuramento dal punto di vista della speculazione metafisica, il mondo orientale, in questo caso nelle vesti della civiltà di lingua araba dell’Islam, erede territoriale di molta parte dell’Impero romano d’Oriente, preserverà invece i testi ed i materiali in cui si espresse quell’antica sapienza.

La costruzione della metafisica quale edificio organico e sistematico, che nel medioevo cristiano darà i suoi frutti nel periodo della Scolastica, inizia proprio nel contesto dell’Oriente, dove operano gli intellettuali di tradizione arabo-islamica: è Avicenna a definire i criteri della metafisica come scienza rigorosa ed organicamente unificata, in particolare strutturandone l’edificio architettonico attorno al tema del proprium subiectum. (J. A. Aertsen, Medieval Philosophy as Trascendental Thought, 2012; Storia della metafisica, a cura di E. Berti, 2019).

Illustrazione del filosofo arabo-persiano Abu Ali al-Husayn ibn Abd Allah ibn Sina (Avicenna).

Quale è il soggetto della metafisica? Di cosa si occupa tale scienza? L’Ente in quanto tale, tutto ciò che si predica dell’essere nelle sue strutture universali, viene individuato dal filosofo persiano come candidato degno di ricoprire un tale ruolo; se la metafisica ha il compito di indagare l’Ente in quanto tale come suo soggetto di studio, arriva però a definire l’ambito delle sue cause e dei suoi primi principi: l’indagine teologica attorno a Dio ed alle cause prime risulterà dunque essere l’oggetto a cui tutta la speculazione è orientata.

A partire dunque dalla questione del soggetto di studio di cui la metafisica deve occuparsi, Avicenna arriva a definire l’intero edificio architettonico di questa scienza, che verrà a costituirsi come un edificio di tipo onto-teologico: la metafisica studia l’Ente in quanto tale (momento ontologico) e così facendo arriva a definire, all’interno di questo stesso ambito di studio, la sezione speciale in cui consistono i principi primi e la Causa suprema (momento teologico). (Avicenna, Metafisica, 2002). 

È solo grazie ai contatti con l’Oriente arabo-islamico che l’Occidente latino cristiano può reimpossessarsi di Aristotele, ereditando anche questo impianto onto-teologico che gli arabi hanno concorso a strutturare e tramandargli: l’Occidente eredita il disegno sistematico ed organico dell’onto-teologia metafisica dall’Oriente e lo inserisce nella cornice religiosa e tradizionale della Cristianità inaugurando quella filosofia nota come Scolastica, la metafisica cattolica di tradizione aristotelica.

Saranno in particolare Alberto Magno e Tommaso D’Aquino a strutturare questo proposito: per il primo si tratta di integrare Aristotele, ossia la tradizione avicenniano-aristotelica dell’onto-teologia costituitasi a partire dal mondo arabo, con l’autorità dei Padri della Chiesa attraverso un nuovo impianto gerarchico capace di intrecciare universalità dell’Ente e trascendenza di Dio; il secondo erediterà e porterà a compimento simili propositi.

In Tommaso infatti il momento teologico della speculazione metafisica è da identificarsi con la sola teologia razionale, quella conoscenza di Dio puramente speculativa e fondata sulla razionalità naturale che possiamo ottenere a partire dallo studio onto-teologico dell’Ente; tuttavia, al di sopra di questa teologia fondata sul lume naturale, risiede la teologia rivelata fondata sulla Scrittura e sulla tradizione religiosa: l’onto-teologia avicenniano-aristotelica è inserita nella cornice tradizionale della Cristianità e viene a svolgere un ruolo ancillare rispetto alla Rivelazione. I frutti del dialogo e della reciproca contiguità di Oriente ed Occidente vengono orientati all’assialità di Cristo Verbo incarnato, misura dell’Uomo universale. (Tommaso D’Aquino, Commenti a Boezio, 2007)

Tutti questi sviluppi non sarebbero stati possibili se il Medioevo non fosse stata un’epoca in grado di far convergere attorno ad un unico Centro trascendente ed universale energie ora provenienti da Oriente, ora da Occidente, se avesse assunto le forme di una civilizzazione stereotipa, settoriale e divisiva come quella immaginata, quando si guarda a quei secoli, dal pregiudizio dell’uomo occidentale moderno, imbevuto di secoli di una nuova mentalità.

PIETROLUIGI MAROZZI