Quando l’amore diventa una trappola

“Io che non vivo più di un’ora senza te, come posso stare una vita senza te. Sei Mia”. “Amore fai presto, io non resisto; se tu non arrivi io non esisto”. Queste sono solo alcune delle canzoni che tutti conosciamo ma forse non abbiamo mai dato peso alle parole che vengono cantate. Quello che viene descritto è un amore possessivo, un amore bramoso, un amore assolutizzante, un amore malato. 

La dipendenza affettiva

“Ci sono amori felici, ci sono amori infelici e poi ci sono storie come certi quadri appesi, tutti li vedono storti tranne i due abitanti della casa. Storie che non hanno nulla a che fare con la felicità e soprattutto con l’amore.” Con queste parole Selvaggia Lucarelli inizia il suo Podcast intitolato Proprio a me, prodotto da Chora media, che tratta di un argomento ancora poco conosciuto o forse poco preso in considerazione ovvero quello della dipendenza affettiva. Questa problematica, in realtà, è una vera e propria disfunzionalità relazionale che dal 2013 viene classificata e riconosciuta dagli psicologi e dagli psichiatri come una new addiction, ovvero come una nuova dipendenza al pari del gioco d’azzardo, dello shopping compulsivo e delle droghe. “Mi sono bucata per 4 anni, non mi infilavo una siringa nel braccio perché la mia droga non era una sostanza, era una relazione. Gli effetti su di me erano però quelli che avrei avuto assumendo una sostanza stupefacente: l’estasi delle prime volte, la dipendenza, l’abbrutimento nel non riuscire a liberarmene, la ricerca dell’ebbrezza che non arrivava più e che cercavo disperatamente, l’astinenza quando provavo a smettere.” Proprio così Selvaggia Lucarelli definisce ciò che lei stessa ha vissuto sulla sua pelle: nel primo episodio ha voluto mettersi a nudo, ha voluto mostrare quel lato di sé che teneva nascosto, quel lato oscuro che l’ha portata per ben quattro anni a legarsi ad una persona che l’ha prima ammaliata e poi annientata. Ma lei ce l’ha fatta, come le altre sei persone che si sono aperte, confidate e raccontate nel podcast, rivelando agli ascoltatori i meandri brutti a cui può condurre un’emozione così bella come l’amore. 

Il prezzo da pagare per un po’ di felicità

Tutte queste storie, seppur diverse, hanno delle caratteristiche comuni: un inizio idilliaco, come tutte le storie d’amore, inebriante, soddisfacente ed eccessivamente bello, quasi totalizzante. “Fui travolta”: sono queste le parole che Meena Kandasamy, nel suo libro autobiografico, utilizza per descrivere la sensazione provata al primo incontro con quello che sarebbe presto diventato suo marito e poi suo persecutore (M. Kandasamy, Ogni volta che ti picchio, 2020, p. 47). “Un giorno pilotai il mio irrequieto cuore-barchetta di carta verso un’ancora di salvezza”, così continua l’autrice credendo che davvero quello sarebbe stato il suo “Unico Grande Amore” (pag. 47). Poi a questa armonia segue una piccola frattura, quasi impercettibile agli occhi di chi è immerso nella storia, ma che è a tutti gli effetti un segnale di rottura dell’idillio: una parola detta male, uno schiaffo, una gelosia esagerata, un controllo maniacale, un comportamento insolito che porta dal quel momento in poi ad una disparità all’interno della coppia, una sottomissione della “parte debole” che inizia a vivere la propria vita in un continuo turbinio di emozioni, costantemente seduta su una montagna russa che non si ferma mai al via, immersa in una centrifuga di sensazioni che la trascinano verso l’oblio fino a toccare il fondo, fino a raggiungere una condizione di spersonalizzazione. “L’unica cosa che mi interessava era compiacerlo e non mi importava che il prezzo da pagare fosse la mia infelicità” (Selvaggia Lucarelli, Proprio a me, Podcast, primo episodio). Questa discesa agli inferi è proprio la caratteristica della relazione tossica: si è come sotto una sorta di incantesimo, per cui non vedi più realmente l’altra persona, ma solamente l’idea che hai, quella che la tua mente ha elaborato e resti agganciata a quella persona perché vuoi tornare a sentire anche solo per un istante quella goccia di infinito e di benessere dissetante che all’inizio provavi in ogni singolo attimo passato insieme. Non c’è più un momento di serenità e se c’è è breve e si accorcia sempre di più. Poi entra in gioco quello che la psicologa Ameya Gabriella Canovi, nell’ultimo episodio del Podcast della Lucarelli, identifica con il termine greco “iubris” che vuol dire “sfida agli dei”: entra quindi in gioco questa sorta di sfida, di riscatto, di rivincita che il sottomesso fa con sé stesso e con l’altra persona: si convince che riuscirà a farsi amare, a farsi rispettare, che riesca a farlo/a innamorare di sé e non buttare via il tempo e le energie spese per conquistarlo/a. “Questa battaglia tra avversari è organizzata come una partita a scacchi. In questo caso ci sono solo due pedine. Io sono il re, costantemente sotto minaccia. Lui è la regina (…) Non c’è mossa che non gli sia concessa. (…) Ovunque io mi muova, lui mi mette sempre all’angolo. Non c’è riparo o protezione” (M. Kandasamy, Ogni volta che ti picchio, 2020, pp. 139-140). Da questo ciclone è difficile uscire perché entrano in ballo una serie di emozioni contrastanti: la paura del confronto, la paura del giudizio, il timore di non essere capiti, il terrore di guardarsi dentro e non riconoscersi più ma anche il bisogno di dimostrare qualcosa agli altri e la speranza che domani le cose cambino in meglio e tutto possa sistemarsi. “Quella te che oggi vuole andarsene potrebbe essere la stessa te che domani penserà che sarebbe dovuta restare. La paura che, guardandoti in faccia di qui a dieci anni, darai la colpa alla tua fretta, al sangue che ti è salito alla testa (…) e se lui avesse la possibilità di rimediare ai suoi errori, di cambiare, di ricominciare da capo?” (M. Kandasamy, Ogni volta che ti picchio, 2020, p. 61). La rinascita, la risalita, l’anabasi da questo intenso viaggio è possibile: lo si deve affrontare con coraggio, con determinazione e tanta voglia di rivalsa, con l’aiuto e l’affetto di amici e parenti ma anche di specialisti come psicologi e psichiatri. “Mentre imparavo a dimenticarlo dovevo raccogliere ciò che era rimasto di me, piccoli frammenti di personalità sparsi sulla scena del nostro cuore, come bracciali spezzati, vetri scheggiati, ciottoli colorati”. (M. Kandasamy, Ogni volta che ti picchio, 2020, p. 47) Questo passaggio è possibile solo se si accetta ciò che è stato, se si riconosce la propria fragilità e se si accoglie, come un tratto somatico caratteristico della propria anima, questa ferita. Perché in fondo una relazione sana non è di fronte ma è di fianco; è fatta di rispetto, di attenzioni, di reciprocità, di un confine che viene costantemente visto e rispettato, di due persone intere che si dedicano l’uno all’altra in modo eguale, di due cuori che si sono scelti e continuano a farlo ogni giorno. Nessuno dovrebbe calpestare tutto ciò, nessuno dovrebbe dissacrare un sentimento così bello, nessuno dovrebbe permettersi di annullarsi e cancellare sé stesso per qualcun altro. “Non lasciare che qualcuno ti elimini dalla tua storia” (M. Kandasamy, Ogni volta che ti picchio, 2020, p. 16). 

Bibliografia consigliata

R. Norwood, Donne che amano troppo, sessantaduesima edizione nell’“Universale Economia”, Milano, Feltrinelli, 2013.

MONICA LUPI