Marziale fra libertà e anticonformismo

I componimenti di Marziale, come quelli catulliani, consentono di cogliere come la letteratura latina non sia sempre un prodotto edulcorato e austero, ma possa dar voce anche ai sentimenti peggiori e più oscuri, e offrono un interessante spaccato della società romana che, come tutte, si muove fra virtù e vizi. Ad esempio, il bersaglio del carme 3,75 è un vecchio divenuto impotente che cerca di superare questo inevitabile destino corrompendo con il denaro giovani ragazze; a lui il poeta dice: “Come potrebbe uno stupirsi abbastanza o credere che ciò che non si drizza ti costa, o Luperco, molto caro? (vv. 7-8)” L’epigramma 11,16, invece, prende di mira una matrona romana proverbialmente famosa per la sua castità, Lucrezia (celebre protagonista del mito secondo il quale fu stuprata da un figlio di Tarquinio il Superbo, determinando così la fine della monarchia); la donna qui viene presentata in una situazione dissacrante: Marziale sostiene che ella non potrà fare a meno di leggere “le sfacciate facezie” dei suoi epigrammi (M. Lentano, Lucrezia in burla: note all’epigramma 11, 16 di Marziale, in “Pan: Rivista di Filologia latina”, 9 (2020), pp. 101-113). Marziale riteneva infatti che tutte le donne fossero ossessionate dal sesso (L. C. Watson, The masculine and the feminine in epigram, in A companion to ancient epigram, Hoboken, Christer Henriksèn, 2018, p. 100) e nei suoi epigrammi la figura femminile è spesso sotto attacco: Fabulla per cercare di apparire bella si circonda di tutte amiche vecchie; Paola, che vorrebbe sposare il poeta, è considerata troppo anziana: diventerebbe un buon partito solo se avesse un’età ancor più avanzata, così che egli potrebbe presto appropriarsi della sua eredità; Leda è una vecchia isterica che per guarire ha bisogno di consumare: poiché suo marito non è più in grado, accorrono per guarirla i medici, tutti quanti rigorosamente uomini. 

Marziale, come nessun altro prima di lui, fu un poeta spudorato e diretto, lontano dalle consuetudini, che seppe coniugare la propria libertà con le normali esigenze economiche. Proveniva dalla Spagna e giunse a Roma durante il regno di Nerone vivendo nella condizione di cliens: aveva dunque degli obblighi nei confronti di un patronus, una posizione di certo non facile né vantaggiosa, ma che ricoprì sempre con grande onore. Nell’epigramma 2,32 attacca il suo patrono, accusato di essere poco coraggioso e libero poiché teme di inimicarsi i potenti e che, per questo, invita il poeta a non far incollerire i personaggi più influenti né tanto meno Patroba, liberto dell’imperatore; così Laronia non vuole restituire al poeta il suo schiavo e il suo patronus gli fa notare che ella è vecchia, vedova e ricca, per cui sposarla sarebbe meglio che farla adirare. Marziale allora tuona: “Non mi piace essere schiavo di uno schiavo: chi vuol essere mio padrone, deve essere libero (vv. 7-8)”.

Marziale non tollera la relazione di patronato, a meno che non si tratti di un patronus ammirevole e rispettabile, così come non sopporta di adeguarsi alle mode e alle tendenze del momento: egli segue solo sé stesso e la sua coscienza. A partire dall’età augustea Asinio Pollione introdusse l’uso di fare pubbliche letture (le recitationes), in cui si recitavano poemi o tragedie dinanzi ad un pubblico di invitati: con il tempo tali letture divennero fini a sé stesse e l’unico scopo da parte del lettore divenne quello di ottenere fama per sé e di essere applaudito. Nell’epigramma 6, 41 Marziale, mettendo in ridicolo chi partecipa pieno di boria alle recitationes con il collo coperto da una sciarpa, afferma mordacemente: “Chi legge in pubblico con la gola e il collo avvolti di lana dimostra di non potere né parlare né tacere (vv. 1-2)”. Un suo contemporaneo, Plinio il Vecchio, mostra invece di apprezzare questa nuova moda, ma egli è un uomo serio, fra i più stretti collaboratori di Vespasiano, che vive quel mondo e quei salotti, mentre Marziale biasima e deplora quegli ambienti, anche perché “il riconoscimento delle sue qualità era così vasto e così sicuro che egli poteva fare a meno dei successi di salotto” (U. E. Paoli, Vita Romana, Milano, Mondadori, 2017, p. 174).

La libertà e lo spirito ribelle del poeta sono evidenti anche dalla scelta di scrivere epigrammi. Il genere epigrammatico a Roma è considerato il più umile e nasce in ambito neoterico come un genere “contro”, ossia contro la poesia maggiore, contro la poesia epica: fra i canoni della poetica ellenistica e callimachea, come della poetica neoterica e catulliana e poi di Marziale, vi erano la brevitas (l’ὀλιγοστιχία), che distingue questo tipo di opere dai poemi epici, e la varietas (la ποικιλία), la grande varietà di temi e di argomenti. Marziale vuole brillare in un genere così dimesso e bistrattato, così da ottenere un doppio successo, per sé stesso e per la produzione epigrammatica che ha segnato la sua esistenza; in questo senso l’autore compie una scelta coraggiosa e contro corrente, anche perché in epoca flavia si tende a recuperare le forme letterarie più illustri ed elevate (M. Citroni, Marziale, in “Dizionario degli scrittori greci e latini”, vol. II, Milano, Marzorati, 1987, pp. 1302-1304). Marziale critica la poesia epica: la sua pagina sa di uomo (Marz. 10,4,10 hominem pagina nostra sapit), mentre l’epos tratta miti del tutto slegati dalla realtà di cui egli fu un brillante interprete. 

MARCO TOMBOLINI