Lo sport del littorio

 Il 10 Giugno 1934 la Nazionale Italiana di Calcio vinceva i Mondiali battendo per 2 a 1 la Cecoslovacchia. Alzando al cielo quella che, per l’occasione, venne ribattezzata “Coppa del Duce”, l’Italia diede prova del fatto che la rivoluzione fascista stava ben svolgendo il suo compito di ricostruzione di uomini nuovi, capaci di vincere. 

Mussolini aveva fin da subito compreso le grandi potenzialità propagandistiche delle passioni collettive e come manipolarle per scopi politici. Al fine di realizzare la nazionalizzazione delle masse, coinvolgendole attivamente nel culto della patria, il Fascismo si presentò come una nuova religione civile dove individuo e nazione si fondono in un’entità collettiva, che trae vitalità dallo spirito degli eroi che si immolano per la patria e scandiscono il ritmo dell’ascesa verso la grandezza. In breve tempo, lo sport divenne non solo veicolo ideologico e strumento unificatore, ma anche un diversivo in grado di allontanare il popolo dalle attività politiche.

Innanzitutto era importante formare una coesione tra le masse, una comunità italiana. Impellente era la necessità di creare una coscienza nazionale, l’italianità, e una solidarietà collettiva che sarebbe stata di preparazione per il popolo a una guerra inevitabile. Lo sport serviva “come strumento affiatatore e livellatore di gente proveniente dai più diversi ceti”, offrendo non a caso “il diversivo migliore per la gioventù altrimenti convogliata verso i partiti politici” (V. De Grazia, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista, 1981). Inoltre, si trattava di una missione di rinascita, per creare uomini forti, pronti a combattere, simboli della nuova forza nazionale: “è evidente che, in uno Stato bene ordinato, la cura della salute fisica del popolo deve essere al primo posto”, così parlava Mussolini alla Camera il 26 Maggio 1927. 

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I ragazzi dell’Opera Nazionale Balilla schierati nel campo dello Stadio dei Marmi, 24.05.1936 – Istituto LUCE

Il Partito si occupò subito di consolidare il suo controllo sulle fasce giovanili attraverso cambiamenti normativi a livello scolastico, per indurre i ragazzi a partecipare alle attività proposte dal regime. La scelta degli insegnanti di educazione fisica ricadde su “ingegneri biologici” in grado di costruire macchine umane capaci di sopportare la fatica. L’Ente Nazionale per l’Educazione Fisica, nato nel 1923, non si era dimostrato in grado di preparare i giovani a livello nazionale, per questo nel 1926 venne sostituito dall’Opera Nazionale Balilla. L’O.N.B. si occupava dell’educazione fisica dei giovani tra gli otto e i diciotto anni, di tutte le classi sociali, impartendo principi paramilitari con valori basati sull’ordine e la disciplina. 

Nel 1925 emerse l’urgenza di organizzare la pratica sportiva degli adulti, nacque così l’Opera Nazionale del Dopolavoro, che si occupava del tempo libero dei lavoratori e permetteva loro di fare sport per divertimento e fini ricreativi. L’O.N.D. costituiva un ente autonomo, in libertà assoluta rispetto alle federazioni nazionali e al CONI. Si occupava di giochi popolari, ad esempio le bocce, e non era alla ricerca del Campione. Rinforzando la solidarietà del gruppo, in linea con lo spirito associazionistico, si voleva insegnare alla popolazione che anche con poco sforzo si potevano migliorare le proprie condizioni fisiche, per rendersi temprati e pronti alle fatiche del lavoro e della guerra. Il CONI, al contrario, rappresentava il mondo degli sport nobili, ed era alla ricerca di risultati internazionali per dimostrare la validità dei metodi attuati dal regime.

Il culto dei “Campionissimi” e delle loro grandi prestazioni dimostrava e accresceva la grandezza dell’Italia rendendo il popolo orgoglioso. Il campione veniva associato all’eroe, esempio di mascolinità e modernità, fino a un vero e proprio sfruttamento della sua immagine sportiva. Le gare divennero un palcoscenico per la propaganda: gli sportivi indossavano la divisa nera del partito e salutavano pubblico e avversari alla maniera fascista. In nessun modo dovevano assumere una posizione al di sopra del collettivo. Erano trattati e dovevano comportarsi come ambasciatori del regime, strumenti anonimi ma consapevoli, rappresentanti dell’affermazione dell’intero popolo, perché quando si lotta in nome della Patria è la Patria a trionfare su tutto. 

Tenendo conto che per i fascisti “lo sport è milizia”, il calcio, sopra ogni altro sport, dava slancio allo spirito di squadra. In un campo di battaglia metaforico, infatti, i giocatori sono chiamati a collaborare per vincere, affidandosi, però, alle imprese individuali dei migliori. 

Seppur inizialmente il regime si era dimostrato abbastanza scettico al riguardo, a ragione della natura anglosassone dello sport, il crescente interesse popolare obbligò a prenderlo in considerazione. Nel 1926, con la Carta di Viareggio, il Fascismo rafforzò la sua influenza anche sul calcio italiano. Riorganizzando lo struttura federale gerarchicamente e con cariche nominative, unificò il campionato in una Divisione Nazionale formata da venti squadre divise in due gironi. Inoltre, attuò una norma che prevedeva per le società di indicare gli arbitri poco graditi e, soprattutto, fece divieto alle società di allineare nei propri ranghi giocatori di nazionalità straniera. Quest’ultima scelta, che cercava di rafforzare l’italianità in campo, venne presto raggirata grazie agli oriundi, cioè i giocatori latino-americani con doppia cittadinanza. 

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Poster del Campionato del Mondo, Italia 1934

I Mondiali del 1934 vennero organizzati in Italia per dimostrare la rinascita della nazione. Si trattava di pura pubblicità per il regime e gli Azzurri di Vittorio Pozzo si sentivano obbligati a vincere. Attraverso il metodo WW e sfruttando la tecnica e la qualità degli oriundi, i soldati italiani dello sport conquistarono la Coppa. Quattro anni dopo ripeterono l’impresa, battendo l’Ungheria a Parigi. Dopo festeggiamenti sensazionali, a tutti parve che il programma di rigenerazione fisica e morale della nazione fosse compiuto. 

Tale convinzione fu destinata a sparire durante il secondo conflitto mondiale. 

VALENTINA PIETRANGELI

BIBLIOGRAFIA CONSIGLIATA

DE GRAZIA VICTORIA, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista. L’organizzazione del dopolavoro, Roma-Bari, Editori Laterza, 1981.

GENTILE EMILIO, Il culto del Littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Roma-Bari, Editori Laterza, 1994.

LANDONI ENRICO, Gli atleti del Duce. La politica sportiva del fascismo (1919-1939), Milano, Mimesis Edizioni, 2016.

MARTIN SIMON, Calcio e fascismo. Lo sport nazionale sotto Mussolini, Milano, Mondadori, 2006.SERAPIGLIA DANIELE (a cura di), Tempo libero, sport e fascismo, Bologna, Bradypus Editore, 2016.