Ciò che il cuore sente la poesia canta: le espressioni poetiche luttuose del XIII e XIV secolo

     Nelle raccolte antologiche e nelle storie letterarie delle Origini compaiono rime in morte, i cosiddetti planctus, un genere che in Italia è prettamente dedicato alla donna amata e scomparsa, laddove la lirica provenzale privilegia il compianto di illustri personaggi maschili del tempo. Un ristretto ma significativo gruppo di componimenti della tradizione lirica italiana del XIII e XIV sec. può essere preso in considerazione per mettere in luce se e quali emozioni l’io lirico manifesta in eventi luttuosi, come la morte della propria signora amata. Essi sono: Morte, perché m’hai fatta sì gran guerra di Giacomino Pugliese, Amando con fin core e con speranza di Pier della Vigna, Oimè lasso quelle trezze bionde di Cino da Pistoia, Quale che per amore s’allegri o canti di Pacino Angiolieri.

       Da un accurato esame filologico risultano emergere, con una certa stabilità e frequenza, alcuni motivi tematici che sono anche gli elementi costitutivi del planctus del X e XI secolo (Cohen, 1958, 83). I più frequenti sono: l’antitesi gioia-dolore, il lamento dovuto al dolore per la perdita subita, il compianto attraverso la commemorazione e/o lo sguardo ad una dimensione oltremondana dell’amata, l’elogio delle qualità fisiche e morali della defunta, la preghiera, l’improperio nei confronti della morte. Mediante l’enucleazione e la combinazione degli stessi, ciascuna lirica “canta” le emozioni che giacciono nel cuore del poeta, così che in questo modo possa comprendere e superare il drammatico evento.

      Il topos con cui generalmente si apre ogni lirica, e al quale è dedicata larga parte soprattutto nelle prime stanze, è l’antitesi gioia-dolore. Ad esempio, la canzone Morte, perché m’hai fatta sì gran guerra di Giacomino Pugliese fin dai primi versi pone in essere la condizione esistenziale del cordoglio: il poeta prova un profondo dolore per la perdita della dama amata e ne indica la causa nell’azione privatrice della morte, la quale sottrae ogni «gioia» e «alegranza» per gettare l’io lirico in un totale sconforto: «ed ancor no mi sia a piacimento nessun confortamento, tanto conforto ch’io vivo in doglia» (vv. 40-42).

      La situazione descritta, ricorrente anche in altri testi poetici, è quella che De Martino chiamerebbe crisi della presenza (De Martino, Morte e pianto rituale, 2000): la morte rappresenta per l’uomo d’ogni tempo un evento inaspettato, che sfugge al suo controllo e sul quale non ha né può esercitare nessun potere; perciò l’uomo si chiude in sé e nella situazione luttuosa, anziché oltrepassarla, è in preda alla disperazione, si lamenta e consegna l’espressione del dolore a ripetizioni anaforiche, come nella lirica Oimè lasso quelle trezze bionde di Cino da Pistoia, in cui l’attacco di ogni stanza è affidato alla ripetizione Oimè: in totale se ne contano ben tredici, oltre ai restanti all’inizio di verso.

    Un’altra frequente emozione che l’io lirico evoca in opposizione alle grida di dolore è la gioia e, insieme ad essa, il tempo felicemente vissuto in compagnia della dama amata; dirà infatti Giacomino Pugliese: «Ma non posso gli miei oc[c]hi ritrare / che non guardin ne[l] loco / ove soleano aver loro dilet[t]anza» (vv. 19-21). Spesso, la parte più importante della deplorazione funebre è data dall’elogio della dama: il poeta, con infinita generosità, dota la defunta di qualità eccezionali e si avvale di espressioni che mettono in luce tanto le sue qualità fisiche quanto quelle morali. Tra le prime, le più ricorrenti in Oimè lasso quelle trezze bionde di Cino da Pistoia sono: la bellezza senza eguali della donna, «la bella cifra e le dolci onde» (v.4), i «begli occhi» (v.6), il «fresco ed adorno/ e rilucente viso» (vv.7-8), e infine il «dolce riso» (V.9). Delle qualità morali, per cui il poeta è grato alla compianta, in Morte, perché m’hai fatta sì gran guerra di Giacomino Pugliese spiccano la cortesia e la nobiltà date dal suo «franco cor» (v.29): l’amore, dunque, è anche un sentimento nobilitante ed oggetto di elevazione spirituale per l’io lirico.

Chi era Simonetta Vespucci, la Venere dipinta dal Botticelli

Botticelli, Nascita di Venere, 1485

     Nella stragrande maggioranza dei planctus il discorso funebre si conclude con una preghiera volta ad implorare presso Dio la beatitudine della defunta: l’io lirico, riconoscendo in Lui l’espressione massima di bontà, amore e pace, mostra di saper fare un passo in avanti verso quell’opera di comprensione, interiorizzazione e attribuzione di valore a «ciò che passa senza e contro di noi», la morte (De Martino, Morte e pianto rituale, 2000). Addirittura, Pacino Angiolieri in Amando con fin core e con speranza, rivolge la propria preghiera al dio Amore, organizzando il discorso secondo una solida sequenza di motivi e formule cortesi (Russel, Studio dei generi medievali italiani: il compianto per la morte dell’amata, 1977), con l’augurio che possa risarcire il poeta di ogni perdita di slancio vitale precedentemente annunciato. Siamo dunque davanti a due forme di consolatio: l’una condotta secondo il codice trobadorico della fin’amor, l’altra secondo i criteri della religione cristiana.

     In generale, in ogni lirica la visione del poeta è sostenuta da un risentimento nei confronti della morte: il modo in cui essa opera e agisce è duramente rimproverato dall’io lirico, il quale la ritiene «di ben guastatrice» (Lapo Gianni, O morte della vita privatrice, v.2), spietata persino nei confronti dei più deboli e sprezzante di ogni pericolo: «Perché tu, d’ogni età divoratrice, / se’ fatta imperadrice / che non temi né fuoco, aigua né vento» (vv. 5-7).

Pier della Vigna in Amando con fin core e con speranza, la giudica ingressa, malvagia, poiché non aspetta che la dama amata si spenga in modo naturale, ma anticipa il corso degli eventi: «ingressa m’è la Morte / per afretosa sorte, / non aspettando fine naturale / di quella in cui Natura / mise tutta misura / for che termin di morte corporale.» (vv. 19-24).

LUCIA GRATANI

Bibliografia consigliata:

De Martino E., Morte e pianto rituale. Dal lamento funebre antico al pianto di Maria, Bollati Boringhieri, Torino, 2000 [1958], pp. 1-387.

Cohen C., Les éléments constitutifs de quelques planctus des Xe et XIe siècles, in Cahiers de Civilisation Médiévale, Centre d’études supérieures de civilisation médiévale, Poiters, gennaio-marzo 1958, pp. 83-86.
Russel R., Studio dei generi medievali italiani: il compianto per la morte dell’amata, in Italica, American Association of Teachers of Italian, Winter, 1977, pp. 449-467.