Jean de La Fontaine e la corte del Re Sole

Dal XV al XVIII secolo un organo statale ha rappresentato il potere e la magnificenza più di ogni altro: la corte. Quella di Versailles fu tra tutte la più emblematica e rappresentativa. Era un ambiente impervio, pieno di difficoltà, che poteva offrire grandi sbocchi ma di contro rovinare intere famiglie.

Non tutti i cortigiani riuscirono a sottostare al ferreo regolamento imposto dall’etichetta: alcuni si ribellarono o cercarono di farlo, con conseguenze immaginabili, poiché Luigi XIV non perdonò mai alcun ribelle. Forse il più astuto espediente per vivere in disparte alla corte del Re Sole fu quello escogitato da Jean de La Fontaine: la stupidità. Egli era il più grande poeta del suo tempo, sfuggente, solitario e, soprattutto, uno spirito libero che difficilmente sottostava a ferree regole. Frequentava Madame de La Sablière con la quale derideva la Sorbona e gli assurdi vincoli di corte. Per soggiogare la più spettacolare e terribile macchina di potere di tutti i tempi, egli si finse stolto. Era costantemente distratto, disattento, svampito e arrivava sempre in ritardo alle suntuose riunioni ufficiali dell’Académie.

Passò alla storia bollato come il bonhomme ma solo così poteva vivere e scrivere liberamente. Riuscì così a soggiogare tutti, o meglio, quasi tutti: il sovrano non ci cascò mai e quando gli accademici conferirono una pensione al poeta, egli non la ratificò. L’odio di Luigi nei suoi confronti non scaturì solo per questo suo comportamento ma per qualcosa di ben più importante e significativo, che molto spesso avveniva nelle tinteggiate trame di corte. In occasione, ad esempio, della prigionia nel 1661 di Fouquet, grande mecenate e ministro delle finanze del re, il poeta, suo grande amico, decise di non tradirlo e di scrivere a suo supporto alcuni sonetti in cui chiedeva clemenza al sovrano. Egli non si fermò a questo e spesso andò a trovare l’amico in carcere, dove ebbe l’ispirazione per iniziare a scrivere le favole. Queste sono piene di allusioni al potere assolutistico esercitato dallo stato sui cittadini: l’asino è sempre la personificazione del popolo mentre il padrone rappresenta lo stato. Gli animali sono in realtà in minoranza nelle fiabe: 125 su 479 ma sono i più vividi nella memoria. Dietro ad ogni fiaba si cela un fervido oppositore del re e della sua macchina di governo.

La Fontaine venne rivalutato solo a partire da Taine, precedentemente infatti era stato bollato dai contemporanei come un allocco, immeritatamente ammesso nell’Accademia. Il re, però, non si fece mai ingannare dal suo comportamento e fece di tutto per farlo cadere in disgrazia, soprattutto dopo che prese le parti del povero Fouquet. Anche nell’epilogo la vita di La Fontaine fu particolare:

«Allora si moriva da cristiani o da filosofi, cioè rifiutando i sacramenti. Inattendibile fino all’ultimo, La Fontaine stupì tutti con un pubblico disconoscimento dei suoi abominevoli versi. Il 13 aprile del 1695 Maucroix, l’amico della prima giovinezza, rimase inebetito, quando, durante la vestizione del cadavere, lo trovò straziato da un cilicio».

La Fontaine rimase convinto dei suoi valori fino all’ultimo, continuò a disprezzare il Tasso anche sul letto di morte e sostenne che anche all’Inferno gli amici di una vita prima o poi si sarebbero rincontrati.

Bibliografia consigliata

 Daria Galateria, Fughe dal Re Sole: memorie di cortigiani riluttanti, Palermo, Sellerio, 1996.

Jean La Fontaine, Le favole di La Fontaine, Varese, Crescere, 2020.

Alberto Ausoni, Utopie, divertimenti ed incantesimi nella Versailles di Luigi XIV, in Il mondo delle passioni nell’immaginario utopico, giornate di studio sull’utopia, pp. 214-224, 1997.

Primi Visconti, Memorie d’un avventuriero alla corte di Luigi XIV, Roma, Capriotti Editore, 1945.

RICCARDO RENZI