Aristotele, l’Occidente e la sostanzialità del reale

La “dottrina della sostanza”, sviluppata nella filosofia di Aristotele ed affermatasi come cardine del pensiero occidentale, permette di istituire la persistenza del reale in senso forte. Qual era la situazione prima che questa dottrina fosse sviluppata? Cosa è successo con la sua crisi? Infine, come pensano le culture che non l’hanno mai elaborata?

1. Da Platone ad Aristotele: debolezze dell’impianto dualista.

Allievo di Platone, Aristotele si accorge di alcune contraddizioni e debolezze del suo impianto filosofico, per correggere le quali elaborerà il concetto linguistico e metafisico di “sostanza”.

Platone è noto per essere il filosofo che teorizzò il mondo delle idee, regno degli archetipi essenziali alla base di tutto ciò che costituisce la realtà a noi offerta sul piano della materialità e del divenire fenomenico; tuttavia aver posto l’esistenza di un dominio immutabile ed assoluto delle essenze ideali, ed aver affermato che in esso risiede il mondo vero identificabile come la realtà stessa, significa non riuscire efficacemente ad istituire la persistenza ed il carattere di realtà proprio al mondo dei fenomeni mutevoli e materiali che si vorrebbero fondati proprio sulle idee stesse.

Sono le ambiguità del dualismo platonico: esiste un mondo di principi stabili, quel mondo rappresenta la realtà vera, il mondo che appare ai nostri sensi come caratterizzato dalla mutevolezza e dalla materialità non è se non un’ombra del primo; ciò significa che non si riesce a stabilire veramente la persistenza del reale in senso forte, se ne afferma piuttosto quasi il carattere illusorio.

La soluzione di Aristotele consiste nell’eliminazione di questa faglia dualista mediante il concetto di sostanza.

Platone e Aristotele visti da Raffaello nella Scuola di Atene

Particolare della Scuola di Atene Raffaello Sanzio (1509-1511ca.)

2. La nozione di sostanza ed il fondamento forte della realtà.

La riforma di Aristotele consisterà nel rifiuto del dualismo platonico: la dottrina delle essenze ideali separate viene rifiutata e criticata ed al suo posto si fa largo la dottrina della sostanza. (Aristotele, Metafisica, 2017).

Aristotele osserva come, dal punto di vista linguistico, siamo soliti raggruppare tutti i predicamenti con i quali descriviamo un oggetto qualsiasi in dieci categorie; la categoria fondamentale è appunto la sostanza: di ogni cosa diciamo che è una sostanza, ossia che costituisce una struttura permanente di base fungente da soggetto degli altri predicati e degli attributi raggruppabili nelle altre categorie.

La sostanza è dunque la struttura portante delle cose, alla quale ineriscono tutte le proprietà ulteriori che ad esse si attribuiscono: in Metafisica si danno poi diverse altre accezioni della sostanza, ma fondamentalmente questa consiste nell’entità presa in considerazione quale individuale concreto, ossia natura singolare risultante dall’unità di materia e forma nella sua stessa costituzione.

Ogni cosa costituente l’orizzonte del reale è una struttura portante di base data dall’unione di materia e forma, a questa struttura si attribuiscono poi molteplici altre caratteristiche dipendenti dalle categorie secondarie del pensiero e del linguaggio: il dualismo platonico è superato, non esiste più un mondo vero dei principi ideali contro un mondo che ne è solo l’ombra, tutto si da nell’unitarietà di un solo mondo, in cui alla struttura sostanziale che sta alla base delle cose si aggiungono più attributi e sfaccettature derivate. L’eliminazione delle ambiguità dualiste permette ora di istituire in senso forte la persistenza della realtà e degli oggetti che la caratterizzano come individuali concreti.

3. L’Età moderna, la crisi della sostanza: nuovi problemi nel rapporto fra pensiero e realtà.

Nel suo affermarsi contro la tradizione, il pensiero della Modernità porrà in questione proprio la dottrina della sostanza di Aristotele, intanto assurta a pilastro della mentalità occidentale su più fronti. Il processo avviene in pressoché tutti gli autori e filosofi moderni.

Prendiamo a titolo di esempio una figura quale Nicolò Cusano, da molti considerato iniziatore filosofico dell’Età moderna. La filosofia del Cusano afferma l’esistenza di un Principio incommensurabile alla base della realtà, della molteplicità degli individui e degli oggetti nella loro concretezza individuale. (N. Cusano, De docta ignorantia, 1998).

L’individuale concreto non è più una sostanza, ma una modalità relativa ed apparente del Principio assoluto, principio che non ammette incommensurabilità e che dunque sembra sopprimere il tradizionale postulato logico dell’identità e della non-contraddizione. L’identità e non-contraddizione degli individui concreti è un principio logico strettamente attinente al concetto di sostanza: se ogni individuo è una sostanza ed in quanto tale è istituito nel suo carattere di realtà e persistenza, allora è identico a sé stesso e differente da altro; se invece ciò valesse solo ad un livello di apparenza ed ovvietà, mentre esisterebbe un Principio assoluto in cui il molteplice e l’individuale sono identici all’Uno, avremmo che l’individuo non è una sostanza persistente, ma una modalità di apparenza dell’Uno stesso.

Con la filosofia moderna la realtà diviene una proiezione delle esigenze logiche del pensiero, che postula concetti come la sostanza e la non-contraddizione, al di là dei quali il Principio primo si dà nella sua incommensurabilità ed eccedenza: è rotta la persistenza forte degli individui, dunque della realtà stessa, stabilita dalla dottrina della sostanza.

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Leonardo da Vinci – Uomo vitruviano (1490 ca.)

4. L’Estremo Oriente: il Nulla e non la sostanza.

Parallelamente a quanto sopra analizzato, bisogna prendere in considerazione contesti culturali entro i quali un concetto come la sostanza, tanto basilare e cardinale per l’Occidente, non è però mai stato elaborato.

Nei sistemi di pensiero dell’Estremo Oriente sembra non farsi sentire l’esigenza di inquadrare il mondo istituendo la persistenza in senso forte della realtà degli individui che lo compongono: è anzi a partire dal Nulla che si prende a parlare di quanto affiori dall’Essere. (N. Kitaro, Uno studio sul Bene, 2007).

Gli scritti sapienziali ascrivibili alla corrente del Tao, parlano infatti di ciò che si pone alla base del mondo come di qualcosa che può esser meglio focalizzato attraverso la sospensione del linguaggio categorizzante e l’intuizione del Nulla: l’esatto opposto, se si vuole, del porre una categoria linguistica fondamentale come struttura portante e persistente. Il Nulla piuttosto che la sostanza:

«Il Tao che può esser detto non è l’eterno Tao, il nome che può esser nominato non è l’eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre delle diecimila creature». (Testi Taoisti, traduzione dal cinese di F. Tomassini, introduzione di L. Lanciotti, 1977).

È dal Nulla che hanno origine le “diecimila creature”, ossia le realtà individuali nella loro molteplicità. Alla base di queste realtà sta però il Nulla che eccede ogni categoria: sono esistite culture che hanno ignorato il problema dell’istituzione della realtà in senso forte e persistente, che non solo hanno denunciato il carattere illusorio dell’individualità, ma che forse non si sono neanche mai poste il problema del suo sussistere come verità saldamente stabilita.

Tao - Wikipedia

PIETROLUIGI MAROZZI