Il rituale della caccia nell’Ancien Régime

Martedì 14 luglio 1789, Luigi XVI annotava così sul suo diario: «Niente». Un appunto piuttosto curioso, considerando che la caduta della Bastiglia dovesse pur avere un qualche significato e una sua importanza. Eppure quel “niente” non era riferito alla vita in generale, o alla vita del Regno di Francia, mai così in bilico, quanto ad un fondamentale momento nel tempo del Borbone e delle aristocrazie europee dell’Ancien Régime: la caccia. In altre parole, un giorno senza caccia era per Luigi XVI un giorno perso, come si evince dal resto delle sue annotazioni in tal senso:

«Mercoledì primo luglio 1789, niente. Deputazione degli Stati [generali] […]. Giovedì 9, niente. Deputazione dagli Stati. Venerdì 10, niente. Risposta alla deputazione degli Stati. Sabato 11, niente. Dimissioni del signor Necker […]. Lunedì 5 ottobre battuta di caccia alla porta di Châtillon; uccisi ottantuno capi di selvaggina. Interrotti dagli eventi. Partiti e ritornati a cavallo.» (T. Blanning, L’età della gloria. Storia d’Europa dal 1648 al 1815, 2011).

Jan Fyt – The Hunting party (Anni ‘40 del Seicento)

Si può rimanere ragionevolmente sorpresi dal numero di capi di selvaggina uccisi. Eppure, in una fase a dir poco convulsa come quella entro cui prese corpo la rivoluzione francese, ottantuno animali uccisi era da ritenersi un bottino relativamente modesto. Sembra che il record, riportato dallo storico Tim Blanning, nel suo L’età della gloria, sia di ben 1700 animali uccisi in una sola battuta di caccia, il che avvenne ad opera del re e della sua squadra di caccia presso la pianura Saint Denis il 13 settembre del 1738. Emerge come più che di caccia – come la potrebbero intendere gli attuali cacciatori – si trattasse di veri e propri massacri, oltreché di gigantesche e pompose macchine organizzative. Esibizioni di potenza e di prestigio al tempo stesso, nelle maggiori monarchie occidentali, in Francia, in Spagna, negli Stati tedeschi e in Inghilterra, le battute di caccia sono un momento essenziale della vita di corte e delle élites dell’Ancien Régime. Enormi furono gli investimenti che il Regno di Francia dedicò alla caccia, specialmente negli anni del Re Sole, Luigi XIV. Intorno alla foresta di Compiègne furono edificate cinquantaquattro nuove strade solo per favorire lo spostamento dei cacciatori e delle prede, per costruire un vero e proprio palcoscenico celebrativo. La caccia al cervo – permessa, data la statura simbolica dell’animale, al solo sovrano – necessitava di un simile ingente apparato infrastrutturale poiché non si riduceva al semplice inseguimento e alla cattura. Gustar Brusewitz ha in effetti così riassunto il “rituale” della caccia al cervo nella Francia del Re Sole:

  1. Utilizzando un cane da caccia, il capo della squadra individuava il cervo da cacciare, prendendo accuratamente le dimensioni delle corna e di altri segni distintivi.
  2. I cacciatori si riunivano nei pressi della foresta
  3. Il corno da caccia annunciava lo spostamento del cervo. Venivano slegati i cani e dato il via alla caccia
  4. I cacciatori si mettevano all’inseguimento della preda
  5. Se il cervo accaldato si fosse accostato ad un corso d’acqua, la caccia sarebbe stata momentaneamente arrestata per permettere di assistere allo spettacolo
  6. Ormai esausto, l’animale veniva ucciso, e – su proposta di Luigi XIV – venivano suonate le fanfare da caccia annunciando il successo.

Alla rigida organizzazione qui descritta si abbinavano i rituali di corte, relativi alla partecipazione del sovrano in persona alla caccia: dall’assistere al momento in cui il re indossava gli stivali da caccia o a quando se li sfilava; all’onore di poter accompagnare in carrozza il re verso la caccia, fino al privilegio di poter cenare con lui dopo la battuta. Tali cerimoniali costituivano uno strumento tutt’altro che secondario a disposizione della ricercata centralizzazione del potere operata dalla monarchia francese tra XVII e XVIII secolo. D’altra parte, pur nella ineccepibile popolarità che la caccia rivestiva in tutte le corti europee prima della rivoluzione francese, sul finire del Settecento si alzarono ben presto le prime voci di dissenso. Più che le opinioni contrarie di qualche intellettuale, a colpire resta soprattutto l’opposizione di Federico il Grande di Prussia. La questione messa in luce dal Re prussiano nel suo Anti-Machiavelli del 1740, riguarda l’assoluta mancanza di qualsivoglia valore intellettuale insito in un’attività come la caccia:

Yan Wyck – Hunting Scene (seconda metà del Seicento)

«La caccia è un piacere sensuale che agita il corpo, ma non dice niente allo spirito. È un’abilità letale utilizzata contro animali selvaggi. È una continua dissipazione, un piacere tumultuoso che riempie il vuoto dell’animo, rendendolo incapace di qualsiasi altra riflessione, è il desiderio ardente di inseguire un animale, la gioia crudele di ucciderlo, è un divertimento che rende il corpo robusto ed agile, ma lascia la mente incolta […]. È questo il piacere che esalta la nobiltà? È questa l’occupazione degna di un essere raziocinante?» (T. Blanning, L’età della gloria. Storia d’Europa dal 1648 al 1815, 2011).

Fu questa la più prestigiosa ed autorevole opposizione di un membro delle classi dirigenti europee dell’Ancien Régime ad uno dei simboli della sua celebrata potenza. Una voce piuttosto isolata a dire il vero, ma indizio di un graduale passaggio di consegne. L’esibizione, la sensualità, la pomposità della caccia erano le stesse di una società aristocratica destinata a subire un duro colpo con la rivoluzione francese e con le successive rivoluzioni ottocentesche. E la caccia, da celebrazione di potenza aristocratica, non esente da tali trasformazioni, divenne nel corso dell’Ottocento uno “sport”popolarissimo dell’alta borghesia in ascesa.

MASSIMILIANO VINO