Dodici sfumature di Quirinale

È un autentico viaggio nei meandri nascosti della Repubblica italiana questo saggio di Bruno Vespa. Un viaggio incentrato nel ripercorrere le tappe che hanno portato alla successione dei dodici Capi di Stato nel nostro paese dal 1946 a oggi. Una Repubblica, la nostra, che in questi decenni si è spesso trovata ad affrontare situazioni di crisi, emergenze, problemi economici e sociali, il terrorismo, la mafia, e che pure, nonostante tutto, ha sempre continuato il suo cammino, tra alti e bassi, sconfitte e successi, tra le più grandi nazioni del mondo.

Subito si avverte l’amara consapevolezza di una classe dirigente perduta. Pochi degli attuali protagonisti possono essere paragonati a quei personaggi. Politici che si erano formati in un’Italia ben più dura di quella di oggi, e che tuttavia seppero condurre il nostro paese con dignità nei più importanti consessi mondiali, nel periodo convulso della Guerra fredda.

Ed è un piacere vero e proprio trovarsi di fronte ai ritratti dei Presidenti, delineati con maestria dalla penna di un grande giornalista, che ha incontrato e intervistato molti di essi, e che forse tra i giornalisti viventi conosce meglio di tutti la storia parlamentare italiana degli ultimi decenni.

Per ognuno Vespa ritrova aneddoti divertenti e inediti, per ognuno vengono ripercorsi i giorni delle trattative, tra i retroscena più impensati e il risvolto privato. Sempre velleitarie le previsioni sull’elezione del Capo dello Stato: tutto si risolveva sempre, imprevedibilmente, all’ultimo momento. Sempre fitti di colpi bassi, battaglie nascoste e agguati reciproci i giorni di votazione.

Ed ecco di fronte a noi ergersi maestose le figure di Enrico De Nicola, non a caso di estrazione monarchica, Presidente provvisorio dal 1946, l’unico scapolo a salire al Quirinale; il parsimonioso Luigi Einaudi, liberale e liberista attento a che ogni legge varata dal Parlamento fosse rigorosamente garantita da coperture economiche, ma anche pronto a dividere la frutta con Ennio Flaiano in un famoso e goliardico pranzo a palazzo; Giovanni Gronchi, il più antiamericano, il più favorevole all’apertura ai socialisti, ma anche il padre politico di quel governo Tambroni che per il supporto esterno del Msi fu rovesciato con moti di piazza; Antonio Segni, Presidente per soli due anni, prima di essere colto da un ictus, forse anche a causa delle accuse di chi – il suo successore Saragat – avrebbe voluto deferirlo all’Alta Corte di Giustizia, con l’accusa di aver promosso un golpe mai avvenuto con il generale dei carabinieri De Lorenzo. E proprio Giuseppe Saragat, soprannominato dai napoletani don Peppino ‘o telegramma per la sua smania ossessiva di inviare telegrammi quotidiani agli organi di informazione, fu il primo Presidente di formazione social-democratica; e come non ricordare Giovanni Leone, grande penalista napoletano, il più vulcanico, amatissimo, eppure abbattuto a sei mesi dalla fine del mandato, dal peso dello scandalo Lockheed, che lo sottopose al fuoco di fila dei partiti, ma pochi tra coloro che lo accusarono gli chiesero poi scusa, quando oltre vent’anni dopo fu assolto da ogni accusa. Nel 1978 l’arrivo di Sandro Pertini, socialista irrequieto fin dalla giovinezza, tra i più amati per le sue doti comunicative, eppure «burbero» nonché «fumantino e autoritario» a suo modo. E ancora Francesco Cossiga “il picconatore”, anche lui costretto alle dimissioni pochi mesi prima, a causa di un sopravvenuto disturbo ciclotimico, che negli ultimi anni gli generava assurde sfuriate, spesso ingiustificate. Oscar Luigi Scalfaro «conservatore protetto a sinistra», il traghettatore dalla prima alla “seconda Repubblica”, che si trovò negli anni di Mani Pulite; Carlo Azeglio Ciampi, che da indipendente vicino alla sinistra ebbe l’impagabile merito di riportare alla luce una parola dimenticata: patria. E poi “Re Giorgio” Napolitano, come ebbe a definirlo il New York Times, il primo post-comunista al Quirinale, il più interventista in politica interna. Fino ai nostri giorni, e dunque fino a Sergio Mattarella – il Presidente della pandemia – ricordato per quei momenti allo Spallanzani di Roma, tra persone comuni in attesa di essere vaccinato, ma anche per lo spessore politico che lo ha contraddistinto.

Per ogni Presidente Bruno Vespa dedica anche delle pagine per le figure femminili nella vita. È incredibile constatare la magnifica grandezza di queste donne, le cui storie coincidono spesso con il non detto dei vari Presidenti. Oltre agli amori sparsi del celibe e riservato De Nicola, le mogli dei vedovi, Saragat, Scalfaro e Mattarella, tre donne straordinarie: Giuseppina, Marianna e Marisa. Tra le altre, la più bella fu, per giudizio unanime, Vittoria Leone, che pagò con le diffamazioni a mezzo stampa – già allora – la sua bellezza. John F. Kennedy in visita a Roma, vedendola, le aveva detto anni prima: «Adesso capisco il successo di suo marito», allora Presidente del Consiglio. Lei, tagliente, aveva risposto in inglese: «Grazie, Presidente. Ma lei non conosce i meriti di mio marito». Si ricordano anche Ida Einaudi, che sposò la causa dei bisognosi; la giovane Carla Gronchi, elegante e distaccata, seconda moglie di Giovanni dopo la morte di Cecilia; Laura Segni, che forse, se non avesse incontrato Antonio, sarebbe diventata suora; e ancora Carla Pertini, sempre vigile sul marito senza apparire, il cui monito resta inscalfibile: «Non ho nessuna intenzione di seguirlo al Quirinale bardata come una Madonna»; Peppa Cossiga «moglie invisibile», difficile da rintracciare persino per i più navigati fotocronisti; Franca Ciampi, infaticabile donna d’azione, disposta a parlare con tutti, grandiosa e ironica nel fare inalberare Calderoli quando, durante una visita a Napoli disse: «la gente del Sud…più buona e intelligente»; e infine Clio Napolitano, donna modernissima, tra le prime a diventare avvocato a Napoli, tanto che al giovane Giorgio capitava spesso di essere riconosciuto dai passanti come «il marito dell’avvocato» Clio Bittoni.

Assolve molteplici funzioni, questo libro. A otto mesi dal rinnovo del Capo dello Stato, ci ricorda da dove veniamo, della grandezza di chi ci ha preceduto, ma soprattutto mette in luce il cammino di una società in continua evoluzione. Pur consapevoli che la storia d’Italia è molto più estesa, i 75 anni di Repubblica dovrebbero farci riflettere sui profondi cambiamenti avvenuti nel vivere quotidiano, nell’orizzonte morale, valoriale e spirituale della nazione. Aiuta a ritrovare la bellezza di guardare indietro con sguardo libero, senza giudicare con i parametri di oggi, come qualcuno vorrebbe, perché, come ricordava un grande storico del Novecento, Renzo De Felice: «la storia si scrive cercando di capire le ragioni del tempo. Se no, si fa moralismo» (Stefano Folli, Renzo De Felice l’attualità oltre la storia, La Repubblica, 24 novembre 2019).

LEONARDO TOSONI