Il pianto dei monti: dall’armonia alla distruzione

La terra è una creatura

La natura. Due parole, quattro sillabe, otto lettere ma un concetto così estremamente grande da non poter rientrare nelle segmentazioni della mente umana. La natura, anzi, è simbolo di unione, di coesione, di armonia, un mondo così perfettamente organizzato, un mondo che ha un suo equilibrio che noi, specie umana, abbiamo distrutto, usurpato e dilaniato. Il libro di Mauro Corona, “La via del sole”, ci parla proprio di questo: come l’uomo mai contento di ciò che lo circonda e, credendosi re del mondo, lo cambia e lo modifica a suo piacimento. Non ci rendiamo conto delle bellezze che la natura ci regala: la terra lavora per noi, per il nostro benessere, per la nostra sopravvivenza. “La terra è una creatura come noi, ha i suoi diritti, le si deve rispetto e buone maniere” (pag. 104), ma noi siamo ormai abituati a tutto ciò, lo diamo per scontato e chi per noia o chi per guadagno o chi per entrambi i casi, come per il protagonista della storia, agisce in modo considerevole su di essa, la trasformiamo senza pensare agli effetti, senza pensare al futuro ma per goderci solo l’istante, il presente e per appagare il nostro ego.

“Si riprende l’uomo che non sia mai contento del suo stato. Ma in vero questo non è che la sua natura sia incontentabile, ma incapace di esser felice. Se fossero veramente felici, il povero, il ricco, il Re, il suddito si contenterebbero egualmente del loro stato, e l’uomo sarebbe contento come possa essere qualunque altra creatura, perch’egli è altrettanto contentabile”. È così che Giacomo Leopardi scrive nelle Operette morali in un appunto  del 20 maggio del 1824 (G. Leopardi, Operette Morali, 1827, pag. 284) e come possiamo vedere le cose non sono poi così cambiate. Siamo un popolo che, al contrario di ciò che dice un famoso detto popolare, non si accontenta e nemmeno gode di quello che ha. Per millenni abbiamo cambiato la terra e con il nostro continuo bisogno di cercare innovazione ed espansione, siamo arrivati a cambiare radicalmente gli equilibri del nostro pianeta. Antropocene è un termine coniato da Paul J. Crutzen, premio Nobel per la chimica atmosferica, intorno al 1995, che indica l’epoca geologica attuale, nella quale all’essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche. Il termine deriva dal greco anthropos, che significa uomo, e cene che indica la durata di cento anni da cui ha origine poi Olocene che serviva semplicemente ad indicare l’impatto che l’Homo sapiens ha avuto sull’equilibrio del pianeta.

Ogni azione ha una conseguenza

Mauro Corona libro affronta tale argomento narrando la vita di un giovane di buona famiglia, di ventinove anni, fresco ingegnere e notevolmente ricco che decide di abbandonare la vita agiata che i genitori gli hanno sempre fatto vivere e di ritirarsi in solitudine sulle montagne, lontano dalla vita frenetica e soffocante, lontano una volta per tutte dal “consorzio umano” (pag. 21). Pensava che, raggiunta l’alta quota, non avrebbe avuto più nessun disturbo, nessuna pressione, nessuna costrizione di essere quello che i genitori avrebbero voluto, cioè un figlio che avesse continuato l’attività molto redditizia del padre, ovvero l’impresa per l’estrazione del marmo, di avere una famiglia e tanti figli. Questa vita gli stava stretta e voleva andare lassù, “in alta quota dove incontrerò meno cretini” (pag. 21), lassù dove poteva ammirare per più ore il suo amato sole, quell’astro che fin da piccolo lo aveva affascinato.

Ma una volta arrivato si rende conto che ci sono le montagne a posticipare ad est o anticipare ad ovest la dipartita del sole agli occhi del giovane e da questo momento inizia quell’opera di demolizione di tutti i picchi rocciosi che disturbavano e limitavano la sua voglia irrefrenabile di sole; “il loro stare in piedi da milioni di anni era agli sgoccioli. L’ingegnere sarebbe apparso di lì a poco brandendo la mazza della follia per spezzargli le gambe e farli crollare” (pag. 128). Questo fu lo scopo della vita dell’ingegnere, una vita intera spesa per raggiungere tale obiettivo, una vita che gli renderà il conto perché la montagna della vecchiaia non può essere demolita, nessuna dinamite poteva farla sbriciolare. “Ogni azione ha il suo tempo” (pag. 22) e l’ingegnere senza nome lo capirà forse troppo tardi.

La scelta di non dare un nome al proprio personaggio è singolare e può sembrare bizzarra da parte dell’autore, ma il suo intento è quello di far immedesimare chiunque di noi in quella vita, in quella situazione, in quelle scelte, in quelle sensazioni per farci capire che il denaro non può comprare qualunque cosa e che a tutto c’è un limite. Non dobbiamo sentirci superiori a nessuno, indipendentemente dalla cifra del conto in banca, poiché da qualche parte nel cosmo esiste una realtà che non possiamo vincere né con i soldi né con la violenza. L’umanità troverà pace solo quando riuscirà a sconfiggere le barriere emotive che la legano ad un continuo stato di angoscia, di paura, di insicurezza, di fragilità, di dolore; solo in quel momento potremmo godere del nostro sole interiore più a lungo di quanto possiamo immaginare e come ci ricorda il titolo di una canzone di Tiziano Ferro “il sole esiste per tutti”.

Vi sono cose che appartengono a tutti e devono rimanere di tutti: salvaguardiamo il nostro patrimonio.

MONICA LUPI