Letteratura foggiatrice della realtà: il realismo socialista

La Grande Guerra prima, e la Rivoluzione d’ottobre dopo, hanno creato all’interno della società russa di inizio XX secolo una faglia culturale che rispecchiava perfettamente lo stato politico del paese. La letteratura e l’arte diventeranno presto le uniche due attività culturali in grado di unire di nuovo il paese ed è qui, quindi, dove la politica volge la propria attenzione.

Nonostante fosse ancora presto per parlare di estetica marxista, ufficialmente antologizzata in lingua russa a partire dal 1933 dagli scritti di Marx ed Engels (K. Marx e F. Engels, Sull’Arte e la Letteratura, 1954), Lenin contribuì con il suo opuscolo del 1905, “L’organizzazione di partito e la letteratura di partito”, ad aprire la strada verso la creazione di una letteratura prettamente sovietica. Non fu il solo a stabilire una linea di connessione con l’estetica marxista: prima Plechanov con i suoi numerosi scritti filosofico-politici e sociologici sovietici, poi Bogdanov, forse il più influente teorico marxista russo. Dai suoi scritti nasce infatti il movimento del Proletkul’t e con lui aveva collaborato fin da subito Gor’kij – uomo fondamentale nella realizzazione del realismo socialista. 

Lenin già subito dopo l’ottobre parla di “rivoluzione culturale”: è consapevole dell’enorme successo della rivoluzione sociale e politica avvenuta nel paese, ma, per mantenere il controllo, era necessario guidare in maniera totale anche quella culturale, costringendo, se necessario, anche una parte della vecchia intellighenzia a schierarsi con il nuovo regime. Queste riflessioni andranno fin da subito in disaccordo con i movimenti letterari dell’epoca, tra cui il Proletkul’t e il movimento di Voronskij, Pereval. In questo dibattito presero parte anche altre voci di intellettuali utili a ricostruire la situazione generale della cultura russa di quegli anni e, in un certo senso, profetiche nell’anticiparne le sorti: su tutte, da sottolineare l’articolo di Zamjatin, “Ho paura” (1920), e il discorso di A. Blok, “La missione del poeta” (1921).

Il passaggio, però, da un’estetica marxista-leninista ad una prettamente stalinista è perfettamente reso nell’articolo di Fadeev – uno dei maggiori propugnatori del realismo socialista – “Abbasso Schiller!” del 1929, che chiarisce anche in maniera esaustiva i dibattiti precedentemente citati. Fadeev distingue due tipi diversi di realismo, o meglio di “metodi artistici”: quello materialistico tipico di autori come Balzac e Stendhal, o Tolstoj e Cechov, e quello romantico di Schiller, ad esempio. È evidente come egli si schieri con i primi, mettendo in relazione quel tipo di scrittura reale con quella attuale del proletariato, la quale deve mettersi al servizio della causa della trasformazione del mondo e del suo processo, anticipando i precetti del realismo socialista. 

La svolta avviene nel 1934, anno del I Congresso dell’Unione degli scrittori sovietici, in cui si fa risalire la nascita e la canonizzazione del realismo socialista come movimento letterario ufficiale della Russia sovietica. I protagonisti di questo evento furono, su tutti, i dirigenti Ždanov e Bucharin, e lo scrittore Gor’kij. Citando lo statuto di quel giorno, per realismo socialista si intende: il metodo fondamentale della letteratura e della critica letteraria sovietiche; esige dall’artista una rappresentazione veridica, storicamente concreta della realtà nel suo sviluppo rivoluzionario; inoltre deve contribuire alla trasformazione ideologica e all’educazione dei lavoratori nello spirito del socialismo. (Sinjavskij, Che cos’è il realismo socialista?, 1966) 

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 (A. Dajneka, I costruttori, 1930)

Durante questo I Congresso vengono fatti trasparire, dai vari discorsi degli intellettuali e dirigenti intervenuti, anche le principali caratteristiche della nuova estetica letteraria: il concetto di “partijnost’” – partiticità, elemento già presente in Lenin – che guida la creazione letteraria e la traduce ideologicamente (“idejnost’”) nell’ottica del partito, con un carattere fortemente popolare e nazionale (“narodnost’”); la “perekovka” – rieducazione – per cui attraverso l’accettazione della partiticità, l’eroe del realismo socialista, passando per il lavoro (a volte anche forzato) collettivo, riesce a redimersi e ad essere utile alla comunità; “l’arte come ingegneria delle anime umane”, che si ricollega al concetto della rieducazione, ovvero lo scopo pedagogico e catalizzatore delle creazioni del realismo socialista, volte a rieducare gli elementi infelici della società o anche a creare dei modelli d’ispirazione. 

Il realismo socialista è arrivato negli anni ’30 come sintesi dei dibattiti dei decenni precedenti intorno al ruolo della cultura in relazione al partito. È possibile, quindi, che opere letterarie, in linea con le teorie canonizzate nel 1934, possano essere state prodotte anche prima della suddetta data. 

 Un esempio è proprio il romanzo “Madre” di Gor’kij del 1907. È considerato il romanzo modello del realismo socialista: le vicende raccontate hanno come sfondo il mondo operaio e la fabbrica, evidenziando la monotonia e l’alienazione dell’individuo. Il rivoluzionario Pavel Vlasov distruggerà questa situazione combattendo per una nuova e diversa esistenza.  Sebbene questo fosse un romanzo del 1907, esso rappresenta perfettamente la realtà raccontata nel suo sviluppo rivoluzionario, ispirando e creando modelli per una società socialista. A partire dagli anni ’20, altri sono i nomi che vengono accostati a quel realismo: Leonov con il romanzo “Una strada per l’oceano”, A. Tolstoj e la trilogia incompiuta “Pietro il Grande”, Šaginjan con “La centrale idroelettrica”. Più nello specifico, il genere letterario prediletto dal realismo socialista è il romanzo (G. Lukács, Teoria del romanzo, 1920): il romanzo epico – su modello ottocentesco – che presenta uno sviluppo del destino dell’eroe (Gor’kij, “Vita di Klim Sangin”) e il romanzo storico, continuando la tradizione patriottica attraverso una guida carismatica (A. Tolstoj, “Pietro il Grande”). Ostrovskij, con il suo “Così fu forgiato l’acciaio” del 1932-34, riassume tutte le tematiche citate. I personaggi che queste opere descrivono, una volta compiuto il proprio cammino di redenzione e preso coscienza della spinta socialista del paese, possono essere definiti “Eroi Positivi”. Tale eroe, non solo è un individuo buono, ma anche un modello d’ispirazione. Non ha difetti, anzi, deve possedere qualità come: audacia, carica ideologica, intelligenza, patriottismo e spirito al sacrificio. Il tutto con una tensione verso l’unico scopo: l’istituzione di una realtà comunista.

NICOLO’ ROSO