La volgarità e la sboccataggine dei Romani: Catullo

All’interno della letteratura latina più seria e raffinata si levano voci oscure e si presenta un filone “proibito” di poesie, in cui il linguaggio usato non è soave e raffinato, ma diretto, sguaiato, utile ad esprimere i sentimenti più bassi provati dall’uomo: l’odio, il rancore, l’ira, l’invidia. Catullo viene generalmente considerato un poeta romantico, il cantore per eccellenza dell’amore e dell’erotismo, ma l’amore per Lesbia non comprende solo momenti felici di intimi giochi e di gioia esplosiva in cui scambiarsi “mille baci”, bensì anche i sofferti abbandoni, gli inaspettati ritorni, gli infidi tradimenti. In questo gioco (ludus), quale è l’amore, è importante anche suscitare la gelosia e talvolta scatenare l’ira del proprio partner: «Lesbia è certo insostituibile, ma forse per farle rabbia, mentre lei se ne infischia» (L. Canali e L. Perilli, I tre volti di Catullo, 2013), l’autore corteggia un’altra donna, probabilmente una prostituta, alla quale chiede di concedergli divertimento e continue prestazioni:

Ti prego, mia dolce Ipsitilla,

mia delizia, gioia della mia vita,

invitami a venire da te a trascorrere il pomeriggio.

Se m’inviterai, aggiungi questo favore:

nessuno chiuda il chiavistello della porta,

e non ti piaccia andartene fuori a passeggio,

ma resta a casa e prepara per noi

nuove scopate ininterrotte.

Anzi, già che ci sei, chiamami subito,

poiché giaccio appena pranzato, e sazio e supino

trafiggo già ora tunica e mantello.

Catullo è convinto che l’amore sia l’unica ragione di vita, ma è anche consapevole del fatto che l’eros comporta la perdita della libertà e si configura spesso come servitium, come prigionia e sottomissione alla donna amata (A. La Penna, Aspetti del pensiero storico latino, 1978), ma a patto che vi sia almeno la lealtà e si rispetti quel segreto patto (foedus) stretto fra i due amanti. Il poeta sa che non può smettere di amare Lesbia ma, dopo i tradimenti e le notti insonni, smette di volerle bene: al cuor non si comanda, ma l’affetto, messo alla prova dalle continue sollecitazioni, cessa di esistere (Cat. 72, 7-8 “perché tale offesa costringe l’amante ad amare di più, ma ne spegne l’affetto”). Come ogni amante sofferente e sconsolato, Catullo cerca di consolarsi e di sfogarsi confidandosi con l’amico Celio; nel carme 58 il poeta si scaglia contro Lesbia dipingendola come una meretrice che vende il suo corpo nelle strade: si autoconvince che l’ira e gli insulti possano consolare il suo animo tormentato, ma il tentativo risulta vano.

Lo spirito ribelle e mordace del nostro poeta non caratterizza soltanto il linguaggio della sua poesia e il suo atteggiamento erotico, ma l’intera sua vita. In un’epoca (l’età di Cesare) in cui molti intellettuali sono anche impegnati politicamente, come Cicerone, Cesare e Sallustio, egli sceglie audacemente di dedicarsi all’otium letterario, proprio come Lucrezio, Attico e Cornelio Nepote: il nostro poeta si rifiuta di ricercare la vana gloria politica e di entrare all’interno di un mondo già allora corrotto e che manifestava pienamente la crisi dei valori della res publica. A Catullo la politica dà noia e tristezza, in certi casi preferirebbe persino morire piuttosto che assistere a certi turpi eventi, come afferma nel carme 52:

Perché mai, o Catullo, perché tardi a morire?

Lo scrofoloso Nonio siede su una seggia curule,

Vatinio spergiura per il suo consolato;

perché mai, o Catullo, perché tardi a morire?

Catullo è nauseato dai teatrini della politica e in un carme breve e sentenzioso, che si apre e si chiude con la stessa angosciante domanda (perché mai, o Catullo, perché tardi a morire?), denuncia quanto sta accadendo a Roma: Nonio ha ottenuto una delle magistrature curuli o superiori (dunque è forse divenuto console o pretore), mentre Vatinio, per ottenere il consolato, non si trattiene dal fare promesse irrealizzabili, come i peggiori uomini politici di ogni tempo. Egli era convinto di riuscire a divenire console poiché, come ricorda Cicerone nell’orazione in Vatinium, si vantava di avere l’appoggio del più celebre protagonista della scena politica del tempo, Cesare, sempre disposto a favorire il clientelarismo e a supportare coloro che parteggiavano per lui. Proprio contro Cesare e Mamurra, un importante cavaliere del tempo, Catullo scrisse il carme 57, alludendo ad una relazione omosessuale fra i due:

V’è accordo perfetto fra quei due infami froci,

Mamurra e Cesare, checca passiva. 

Catullo, in realtà, non disdegna le relazioni pederastiche né quelle omosessuali: nei suoi componimenti racconta della sua relazione con il fanciullo Giovenzio e, nel carme 23, si scaglia contro l’amico Furio che aveva osato divenire suo rivale in amore nel corteggiamento del giovane. Egli è consapevole, però, che l’omosessualità mal si addice alla morale e ai costumi romani e ricorre spesso all’accusa di omosessualità come forma di ingiuria e di insulto (R. Schievenin, Poesia e turpiloquio nel carme 16 di Catullo, 2000). Nel carme 112 un tale Nasone viene definito “passivo” (pathicus), mentre nel carme 16 l’autore polemizza con Furio e Aurelio: costoro lo avevano accusato di non essere maschio dopo aver letto il carme 5, in cui il poeta diceva di voler dare mille baci alla sua amata. Catullo risponde accusandoli di essere omosessuali e, non soddisfatto, di essere passivi.

MARCO TOMBOLINI