Il ribelle secondo Niccolò Machiavelli

Il potere costituisce uno degli argomenti fondamentali dell’intera riflessione politica di Niccolò Machiavelli. Le forme, gli attori e le modalità del potere trovano spazio in gran parte dell’opera del segretario fiorentino. Se da una parte egli quindi si concentra sulle dinamiche di ottenimento e di mantenimento del potere, dall’altra è inevitabile anche lo studio di chi potrebbe attentare al potere, di come lo si possa attaccare fino ad eliminarne i detentori e, di contro, delle soluzioni consigliate per ristabilire l’ordine. I tumulti, le congiure, i disordini ne attraversano tutti gli scritti: dalle Istorie fiorentine al Principe, dal Dell’arte della guerra ai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.

L’ antica Roma è il mondo privilegiato da Machiavelli, vera e propria fonte da cui attingere esempi per ricavarne preziosi insegnamenti. I tumulti, secondo la visione del filosofo, si dividono in due grandi categorie, ovvero quelli che possono considerarsi completamente deleteri per una società ed altri che, invece, sono in grado di apportare vantaggi. Il nesso di causa-effetto tra la seconda tipologia di tumulti e la promulgazione di buone leggi è evidente quando afferma che quest’ultime nascono «da quelli tumulti che molti inconsideratamente dannano; perché chi esaminerà bene il fine d’essi, non troverrà ch’egli abbiano partorito alcuno esilio o violenza in disfavore del commune bene, ma leggi e ordini in beneficio della pubblica libertà» (N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, 1984, p. 71). 

Due sono gli eventi che Machiavelli adduce per dimostrare la differenza di fondo. Gli scontri tra la parte popolare e quella ottimate, ad esempio, ebbero come risultato la creazione di una nuova magistratura, fondamentale nelle dinamiche politiche di Roma. Si trattava dei tribuni della plebe, figure che fungevano da mediazione tra le due fazioni. Al contrario, il Tumulto dei Ciompi del 1378, una delle più grandi sollevazioni che Firenze avesse mai conosciuto, ha una valenza del tutto negativa. La descrizione della sedizione, filtrata attraverso la visione anti popolare di Machiavelli, è incentrata sul terrore in ogni via della città, sugli scontri, assassinii, esili, condanne sommarie e riforme più vantaggiose per la plebe. I ribelli sembrano perfettamente corrispondere alla rappresentazione che il filosofo ne dà nei Discorsi, in cui scrive che i suoi membri «tutti insieme sono gagliardi, e quando ciascuno poi comincia a pensare al proprio pericolo, diventa vile e debole». Infatti, una volta preso il potere sotto la guida di Michele di Lando, «parve alla plebe che Michele nel riformare lo stato fusse stato a’ maggiori popolari troppo partigiano, né pareva avere loro tanta parte nel governo quanta, a mantenersi in quello e potersi difendere, fusse di avere necessario» (N. Machiavelli, Istorie fiorentine, 1962, p. 246). Cominciarono così le divisioni all’interno degli stessi ribelli, dando vita a nuovi scontri fino al ristabilimento dell’assetto politico precedente il tumulto.

Statua di Michele di Lando, Leader dei Ciompi (Loggia del Mercato Nuovo, Firenze)

Machiavelli, rifacendosi sempre all’antica Roma, analizza anche le modalità di risposta ad un’eventuale ribellione generale, il comportamento che l’autorità dovrebbe tenere nei confronti dei rivoltosi e le misure da adottare per pacificare una determinata area. In questo senso è esplicativo lo scritto riguardante la ribellione delle città della Val di Chiana. Machiavelli equipara la ribellione delle città toscane a quella dei popoli latini nei confronti di Roma, e sentenzia come «i Romani nel giudicare di queste loro terre ribellate pensarono, che bisognasse o guadagnare la fede loro con i benefizj, o trattargli in modo, che mai più ne potessero dubitare, e per questo giudicarono dannosa ogni altra via di mezzo che si pigliasse» (N. Machiavelli, Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati, 1782, p. 124). Allo stesso modo nel giudicare i popoli toscani sarebbe stato opportuno:

«pigliare esempio e imitare coloro che sono stati padroni del mondo, massime in un caso, dove e’ vi insegnano appunto come vi abbiate a governare perché come loro fecero giudizio differente, per esser differente il peccato di quelli popoli, così dovevi fare voi, trovando ancora ne’ vostri ribellati differenza di peccati» (N. Machiavelli, Del modo di cit., p. 125) . Un pragmatismo politico applicato giustamente a diverse città ma che egli avrebbe diretto anche contro la più pericolosa Arezzo, le cui mura invece non furono rase al suolo mentre i suoi cittadini più illustri furono portati più volte a Firenze e quindi umiliati.

Stemmi cittadini (Palazzo Vecchio, Firenze)

D’altra parte il ribelle non necessariamente è costretto ad agire attraverso il tumulto generale ma, specialmente se vicino al regnante, può affidarsi al silenzioso strumento della congiura. Le trame ordite in seno alla nobiltà furono un carattere peculiare delle corti italiane rinascimentali, tanto che nei Discorsi vi è una sezione così ampia rispetto alle altre che nel corso dei secoli trovò una tradizione indipendente dall’opera in cui era contenuta. Nella sua disamina, Machiavelli inserisce rimandi continui alle congiure antiche, come quelle di Catilina, di Bruto e Cassio nei confronti di Cesare o i tentativi in età imperiale sotto Nerone e Commodo. Egli elenca le modalità di una congiura e i diversi errori da evitare per fare in modo che il tutto non si risolva in un completo fallimento. In fin dei conti però Machiavelli considera la congiura una via per ribellarsi troppo insidiosa e poco affidabile, perché le possibilità di riuscita nella maggior parte dei casi sono davvero esigue. Per questo motivo, su consiglio di Tacito, scrive come in tali casi gli uomini «debbono desiderare i buoni prìncipi, e comunque ei si sieno fatti, tollerargli. E veramente chi fa altrimenti il più delle volte rovina sé e la sua patria» (N. Machiavelli, Discorsi cit, pp. 471-472). Il soggetto più incline alla congiura è colui che si trova vicino agli ambienti del principe o del re, perché più facilitato nel tessere le sue trame, soprattutto se si tratta di un favorito del regnante, perciò «debbe, adunque, uno principe che si vuole guardare dalle congiure, temere più coloro a chi elli ha fatto troppi piaceri che quegli a chi egli avesse fatte troppe ingiurie, perché questi mancono di commodità, quelli ne abondano; e la voglia è simile, perché gli è così grande o maggiore il desiderio del dominare che non è quello della vendetta» (N. Machiavelli, Discorsi cit., p. 475). Infine un consiglio per chi comanda: il favore popolare è determinante al fine di evitare congiure. In una situazione di stallo in cui da una parte il re è protetto dalla sua maestà e dalle leggi, mentre dall’altra il congiurante è frenato dalla paura e dalla possibile pena, il favore popolare risulta decisivo. Se il re ottiene la benivolenzia populare «è impossibile che alcuno sia sì temerario che coniuri. Perché, per lo ordinario, dove uno coniurante ha a temere innanzi alla esecuzione del male, in questo caso debbe temere ancora poi (avendo per inimico el popolo) seguìto lo eccesso, né potendo per questo sperare refugio alcuno» (N. Machiavelli, Il Principe, 2012, p. 93).

ROBERTO LAMPONI